Per la prima volta uno squalo goblin filmato vivo nelle profondità marine

Per la prima volta uno squalo goblin filmato vivo nelle profondità marine

Un corpo rosa, un muso lungo come una cazzuola e una mascella proiettabile che scatta in avanti come una fionda.

Lo squalo goblin non è una creatura “da documentario facile”: vive negli abissi, dove la luce non arriva e le occasioni di incontro sono rarissime. Per questo il fatto che sia stato filmato vivo nel suo ambiente naturale, in due spedizioni separate, ha un peso reale per chi studia gli squali di profondità. Le riprese, ottenute nel Pacifico nel 2019 e poi nel 2024, hanno mostrato Mitsukurina owstoni a profondità che arrivano a quasi 2.000 metri. Non è solo una curiosità: significa estendere l’intervallo di profondità osservato, rivedere la mappa di distribuzione nel Pacifico centrale e, soprattutto, passare da animali stressati e tirati su in superficie a un comportamento visto “a casa loro”, anche se per pochi minuti.

Due avvistamenti nel Pacifico: Jarvis 2019 e Fossa delle Tonga 2024

Il primo filmato considerato davvero “in habitat” arriva dal 2019, durante un’esplorazione nel Pacifico centrale vicino all’isola di Jarvis. Un veicolo subacqueo remoto ha registrato il passaggio di un grande individuo a circa 1.237 metri di profondità. Tradotto: non un incontro in superficie o in una rete, ma un animale che nuota nel buio dove vive normalmente, con postura e ritmo di nuoto non alterati dal recupero. Nel 2024, una seconda osservazione ha spostato l’asticella: una telecamera innescata, posizionata sul margine della Fossa delle Tonga, ha ripreso un altro squalo goblin a quasi 2.000 metri (circa 1.997 m). È un dato che pesa perché amplia il record di profondità documentato per la specie, con un salto dell’ordine di centinaia di metri rispetto alle osservazioni precedenti riportate in letteratura divulgativa e scientifica. Qui vale una nuance, perché è facile farsi prendere dall’idea del “mai visto”: esistono riprese precedenti di squalo goblin vivo, ma in contesti diversi. In Giappone, ad esempio, una troupe televisiva aveva filmato un esemplare vivo già nel 2008, con una scena pensata per mostrare i movimenti della mascella. Il punto delle campagne 2019 e 2024 è un altro: immagini raccolte durante missioni di ricerca negli abissi, con strumenti progettati per osservare fauna profonda senza portarla in superficie. Le due sequenze hanno anche un valore geografico. Per anni lo squalo goblin è stato associato a segnalazioni frammentarie in aree del Pacifico occidentale e in altri oceani, spesso da catture accidentali. Vederlo nel Pacifico centrale e poi lungo la Fossa delle Tonga suggerisce una distribuzione più ampia di quanto si pensasse, o almeno più complessa, con possibili corridoi ecologici legati a rilievi sottomarini e scarpate profonde.

Perché lo squalo goblin è un “fossile vivente” da 125 milioni di anni

Chiamare Mitsukurina owstoni un fossile vivente non è un vezzo da titolo: è l’unico rappresentante vivente della famiglia Mitsukurinidae, un ramo evolutivo che risale a circa 125 milioni di anni. Detto semplice, è come se fosse rimasto l’ultimo “cugino” di una linea antica, mentre altri rami si sono estinti o hanno preso strade evolutive diverse. Questo non significa che lo squalo goblin sia “rimasto uguale” in modo magico per 125 milioni di anni, attenzione. Significa che alcune caratteristiche chiave, come la forma del rostro e l’architettura delle mascelle protrudibili, rimandano a un lignaggio molto antico e isolato. È un concetto utile per capire perché ogni nuova osservazione è preziosa: quando hai una linea con pochi parenti viventi, hai meno confronti diretti per ricostruire storia naturale e adattamenti. Lo squalo goblin appartiene ai Lamniformes, lo stesso ordine di squali più noti come lo squalo bianco e lo squalo mako, ma resta un ramo laterale. Questo mix, parentela “lontana ma reale” con specie studiate e isolamento a livello di famiglia, rende lo squalo goblin un caso interessante per chi lavora su evoluzione dei predatori marini e adattamenti alle profondità. Le riprese in natura aiutano anche a spostare l’attenzione dall’estetica, spesso trattata in modo superficiale, alla biologia. Il colore rosato, per esempio, non è un “trucco” scenico: in molti animali profondi la pigmentazione e la trasparenza dei tessuti possono far emergere la vascolarizzazione, e l’assenza di luce rende meno rilevanti i colori come segnale. Nei fatti, il valore scientifico sta nel collegare forma, ambiente e comportamento osservabile, non nel giudizio umano su cosa sia “bello” o “brutto”.

La mascella proiettabile: come funziona la cattura “a fionda”

La caratteristica più famosa dello squalo goblin è la mascella proiettabile. In molte riprese di esemplari catturati si vedono le mascelle che avanzano in modo impressionante, portando i denti in avanti per afferrare la preda. È un meccanismo che, semplificando, permette di compensare una possibile lentezza di nuoto o una strategia di caccia basata sull’avvicinamento ravvicinato in un ambiente dove inseguire a lungo può costare energia. Il punto chiave è che non si tratta di “aprire la bocca più grande”: è proprio una protrusione. Quando le mascelle sono retratte, la testa può ricordare quella di altri squali, ma con un rostro molto più lungo. Quando scatta l’estensione, la distanza tra la posizione iniziale dei denti e il punto di presa aumenta, e questo può fare la differenza con prede rapide o sensibili alle variazioni di pressione e vibrazione. Che cosa sappiamo con certezza, e che cosa resta ipotesi? È documentato che lo squalo goblin si nutre di organismi degli abissi come pesci profondi, crostacei e calamari. È plausibile, ma non sempre dimostrabile su singoli eventi, che la mascella “a fionda” sia particolarmente utile in situazioni di scarsa visibilità, dove l’attacco deve essere breve e preciso. Le riprese 2019 e 2024 non sono un filmato di caccia completo, quindi non permettono da sole di misurare frequenza e contesto di questo comportamento. Qui arriva la parte meno romantica, ma importante: molte immagini storiche della mascella sono state ottenute con animali in stress, portati in superficie o gestiti per riprese ravvicinate. Questo può alterare postura e reazioni. Avere video in abissi non risolve tutto, perché la durata è limitata e spesso manca l’evento di predazione, ma riduce una distorsione evidente: vedere l’animale mentre nuota e interagisce con l’ambiente senza contatto umano diretto.

Vita negli abissi tra 1.200 e 2.000 metri: energia, buio e prede

Tra 1.200 e 2.000 metri la pressione è enorme e la luce solare è assente. In questo scenario, la vita tende a seguire regole energetiche severe: meno cibo disponibile rispetto alle acque superficiali, incontri più rari, spostamenti che devono “costare poco”. È uno dei motivi per cui gli squali abissali, in generale, sono difficili da studiare: non sono animali che si radunano in branco davanti a una barriera corallina. Le riprese nel Pacifico mostrano uno squalo goblin che attraversa il campo visivo con calma, senza l’agitazione tipica di un animale trascinato in superficie. È un dettaglio semplice, ma utile: rafforza l’idea di un predatore adattato a un ambiente dove l’efficienza conta più della velocità massima. Per chi studia ecologia profonda, anche pochi secondi di nuoto “normale” sono un tassello per interpretare come si muove, quanto è reattivo, quanto si avvicina agli oggetti. Un elemento interessante del filmato 2024 è che l’animale, descritto come probabilmente femmina, non si sarebbe avvicinato all’esca della telecamera. Questo non significa che “non gli piace” quel cibo, sarebbe una lettura troppo umana. Può indicare che l’animale non era in fase di alimentazione, che l’esca non era rilevabile da quella distanza, o che la specie non risponde sempre a stimoli olfattivi come altre. Sono ipotesi, e servono più osservazioni per capire se esiste un pattern. Qui entra in gioco anche la geografia degli abissi. Seamount, scarpate e fosse oceaniche creano correnti, accumuli di detrito organico e microhabitat che possono concentrare prede. Il fatto che uno squalo goblin sia stato ripreso vicino a un rilievo e un altro sul margine di una fossa è coerente con l’idea, generale e non esclusiva, che certi “punti” del fondale aumentino le probabilità di incontro. Ma non basta per dire che la specie viva solo lì: serve un campionamento più ampio, e gli abissi costano tempo e denaro.

Che cosa cambia per la ricerca: ROV, telecamere innescate e limiti dei dati

Il salto di qualità non è solo lo squalo, sono gli strumenti. Un ROV e le telecamere innescate permettono di osservare senza catturare. Dal punto di vista scientifico è cruciale: gli squali profondi finiscono spesso in letteratura tramite catture accidentali, con dati incompleti su comportamento e condizioni reali. Qui invece si parte da un contesto controllato, con profondità misurata e registrazione video che può essere rivista, rallentata, analizzata fotogramma per fotogramma. Queste osservazioni hanno già un impatto concreto: estendono il range di profondità documentato fino a quasi 1.997 metri e allargano l’area osservata nel Pacifico centrale. Per chi costruisce modelli di distribuzione, anche due punti nuovi contano, perché cambiano i vincoli: temperatura, ossigeno, disponibilità di prede e morfologia del fondale associati a quelle profondità entrano nel set di condizioni compatibili con la specie. Ma c’è un limite che vale la pena dire chiaramente, e qui la critica è inevitabile: due avvistamenti non fanno una mappa completa. Il rischio mediatico è trasformare un dato raro in una certezza generale, tipo “ora sappiamo dove vive”. No, sappiamo che può vivere e muoversi in quelle zone e a quelle profondità. Non sappiamo quanto sia comune lì, se si tratti di individui di passaggio, né come vari la presenza con stagioni, età e sesso. Il prossimo passo, per rendere questi filmati più che iconici, è integrarli con altri metodi: più telecamere in punti diversi, campagne ripetute, e quando possibile dati ambientali associati (correnti, temperatura, ossigeno disciolto). Anche la genetica da campioni raccolti accidentalmente può aiutare a capire se gli individui del Pacifico centrale appartengono a popolazioni con scambi regolari o a gruppi più isolati. È un lavoro lento, e negli abissi ogni ora di nave costa, quindi la prudenza non è un freno, è metodo.

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