L’Iliade di Omero ritrovata dentro una mummia egizia di 1.600 anni fa

L’Iliade di Omero ritrovata dentro una mummia egizia di 1.600 anni fa

Un frammento dell’Iliade di Omero è riemerso dove nessuno si aspettava di trovarlo: dentro il corredo di una mummia egizia di circa 1.600 anni, in un contesto funerario tardo-romano.

Il reperto è stato individuato ad Al Bahnasa, l’antica Ossirinco, un sito celebre per i suoi depositi di papiri, ma finora noto soprattutto per ritrovamenti in discariche, archivi e abitazioni, non per testi letterari integrati deliberatamente nella mummificazione. La notizia è interessante per due motivi. Primo, perché si tratta, per quanto documentato finora dagli archeologi, del primo caso in cui un testo letterario greco viene trovato inserito intenzionalmente nel processo di imbalsamazione, dove in precedenza comparivano soprattutto testi di carattere magico o rituale. Secondo, perché il frammento apre domande concrete, non romantiche: chi lo ha scelto, con quale funzione, e che cosa può dire ai filologi sulla trasmissione del poema in Egitto tra III e IV secolo d. C.

Al Bahnasa, la Tomba 65 e il papiro sull’addome

Il ritrovamento arriva da una campagna di scavo condotta tra novembre e dicembre 2025 nella cosiddetta Tomba 65, nel Settore 22 di Al Bahnasa, identificata con l’antica Ossirinco. Gli archeologi hanno segnalato un elemento insolito: un papiro collocato sull’addome della mummia come parte del rituale. Il dettaglio conta, perché suggerisce un posizionamento intenzionale, non un frammento finito lì per caso durante il riempimento o la chiusura della sepoltura. Il sito non è nuovo a sorprese. Ossirinco è uno dei luoghi più importanti al mondo per la papirologia: in area urbana e nei depositi di rifiuti antichi sono emersi nel tempo migliaia di documenti, dai contratti alle ricevute fiscali, fino a opere letterarie. Proprio per questo, trovare un testo greco non è di per sé eccezionale. La particolarità qui è il contesto: un reperto letterario associato direttamente a una mummia, con un ruolo dentro il gesto funerario. Secondo quanto comunicato dal gruppo di studio, l’identificazione del testo è avvenuta dopo la fase di scavo, durante un lavoro di analisi tra gennaio e febbraio 2026 che ha coinvolto competenze diverse: restauro, lettura del supporto e interpretazione filologica. È un passaggio cruciale, perché un frammento di papiro, se piegato, sigillato o deteriorato, può essere leggibile solo dopo interventi delicati di consolidamento e distensione. Qui la prudenza è d’obbligo: la lettura dipende da ciò che è effettivamente conservato e dal grado di danneggiamento. Un altro elemento riportato è che in campagne precedenti, nello stesso sito, erano già stati documentati papiri in posizioni simili, incorporati nella mummificazione, ma con contenuti di tipo magico o rituale. In pratica, la “novità” non è l’uso di papiri nel funerario, ma l’uso di un testo come l’Iliade. La differenza è sostanziale, perché cambia il tipo di scelta culturale che potrebbe esserci dietro al gesto.

Che cos’è il cartonnage e perché finiva sulle mummie

Per capire il senso del ritrovamento bisogna chiarire una pratica spesso semplificata: il cartonnage. In Egitto, soprattutto in età tolemaica e romana, materiali scritti su papiro o su altri supporti potevano essere riciclati come una sorta di “cartapesta” per rinforzare maschere funerarie, rivestimenti, elementi di imbottitura o pacchetti sigillati legati al corpo. Non era un gesto “misterioso” in sé: era anche una soluzione economica e pratica, basata su disponibilità di materiale e su una filiera di riuso. Il punto che spesso sfugge è che il riciclo non implica automaticamente disprezzo per il testo. Un documento poteva essere considerato superato, danneggiato, duplicato, oppure semplicemente utile come materiale. In una città come Ossirinco, dove la produzione e circolazione di testi era intensa, il riciclo di fogli e rotoli poteva essere frequente. In altri casi, il riuso poteva avere un significato rituale: testi “efficaci” per protezione, formule, invocazioni. Proprio qui sta la frattura interessante: un testo letterario come l’Omero dei poemi epici non rientra automaticamente nella categoria “apotropaica”. La scoperta parla anche di economia del materiale. Il papiro era ricavato dalla pianta Cyperus papyrus, coltivata in zone umide. Il supporto non era indistruttibile: umidità, pieghe, sali e pressione lo degradano. Quando un rotolo si rovinava o diventava meno utile, poteva finire in un circuito di recupero. Questo non rende meno prezioso il frammento per gli studiosi di oggi, ma aiuta a evitare un equivoco: non è detto che qualcuno abbia “sacrificato” un capolavoro; potrebbe aver riutilizzato un pezzo ormai inutilizzabile come libro. Qui entra una nota critica: il termine cartonnage viene spesso usato come etichetta unica, ma in realtà copre tecniche e oggetti diversi. Nel caso di Al Bahnasa, si parla di un papiro collocato sull’addome e di un “pacchetto” o elemento sigillato in ambito funerario. Ogni configurazione può indicare una funzione diversa, dal rinforzo fisico alla valenza simbolica. Senza un’analisi dettagliata dei materiali, degli strati e delle modalità di sigillatura, qualsiasi lettura “spirituale” resta un’ipotesi, non un fatto.

Perché un frammento dell’Iliade è oro per i filologi

Per la filologia classica, un frammento dell’Iliade non è solo una curiosità: è un dato materiale sulla storia del testo. Ogni testimone antico, anche minuscolo, può confermare o mettere in discussione una lezione, un ordine di parole, una variante grafica. Se il frammento è databile con buona approssimazione al IV secolo d. C. (coerente con l’età della mummia), diventa un punto in più nella mappa della trasmissione del poema in epoca tardo-antica, in un’area dove greco ed egiziano convivevano in forme complesse. Le informazioni disponibili indicano che il passo riconosciuto appartiene al “Catalogo delle navi”, una sezione dell’epos che elenca contingenti e provenienze dei Greci. È un brano che, per la sua struttura, offre appigli interessanti: nomi propri, formule ripetute, sequenze che in alcuni manoscritti possono mostrare oscillazioni. Un frammento può quindi servire a verificare se una certa tradizione testuale circolava già in quel modo, o se esistevano piccole differenze locali. Non è un “nuovo capitolo”, ma può essere una tessera utile. Dal punto di vista tecnico, i filologi non guardano solo alle parole. Guardano alla scrittura, alle abbreviazioni, alla spaziatura, a eventuali segni di lettura o correzione. Un papiro può mostrare se era un testo da studio, da recitazione, o una copia più “di consumo”. Se emergono margini, interpunzioni o segni diacritici, si può discutere di pratiche scolastiche e di alfabetizzazione. Ma qui bisogna distinguere: finché non si pubblicano dati puntuali sul ductus e sulle caratteristiche paleografiche, ogni ricostruzione del “tipo di libro” resta provvisoria. Un ulteriore valore è il contesto egiziano. L’Egitto romano è un laboratorio per la storia del libro: papiri amministrativi, lettere private, testi letterari. Sapere che un frammento omerico è finito in un circuito funerario può suggerire che copie letterarie circolassero abbastanza da diventare, a un certo punto, materiale riutilizzabile. È una prospettiva meno romantica ma più informativa: dice qualcosa sulla quantità di testi in circolazione e sul loro ciclo di vita, dalla lettura al riuso.

Dal rituale ai materiali: che cosa è documentato e che cosa resta ipotesi

Il fatto documentato, per come è stato comunicato dagli studiosi, è chiaro: nella sepoltura è stato trovato un papiro con versi dell’Iliade, collocato deliberatamente in relazione alla mummia, e questo rappresenta un caso senza precedenti per un testo letterario greco in tale contesto. È altrettanto documentato che in passato, nello stesso sito, papiri in contesti simili contenevano testi magici o rituali. Questi sono dati di contesto che rendono l’anomalia misurabile, non solo percepita. Da qui in poi iniziano le ipotesi. Una prima ipotesi è funzionale: il papiro potrebbe essere stato usato come rinforzo, come riempimento o come elemento di chiusura, senza che il contenuto avesse importanza. Una seconda ipotesi è simbolica: qualcuno potrebbe aver attribuito al testo un valore protettivo o identitario, magari legato a cultura greca, status sociale o educazione. Una terza ipotesi è “ibrida”: il testo poteva essere stato scelto perché disponibile e, allo stesso tempo, considerato appropriato per un funerale in un ambiente culturalmente greco-egiziano. Qui serve un freno: parlare di “rituale omerico” rischia di essere una scorciatoia narrativa. I rituali funerari tardo-romani in Egitto sono vari e stratificati, e l’uso di testi greci non implica automaticamente un culto specifico. Per sostenere un’interpretazione rituale forte servirebbero indizi convergenti, per esempio altri oggetti associati, formule, iconografie, ripetizioni in più tombe. Un singolo caso è prezioso, ma statisticamente fragile. Un archeologo lo direbbe senza giri: un dato non fa una regola. Un’altra questione è la “deliberatezza”. Il posizionamento sull’addome suggerisce intenzione, ma l’intenzione può essere pratica. La differenza tra “messo lì perché serviva” e “messo lì per ciò che diceva” si gioca su dettagli materiali: piegature, sigilli, eventuali protezioni, tracce di manipolazione. Finché non si conoscono queste caratteristiche in modo completo, è corretto parlare di scoperta unica e di contesto eccezionale, ma senza trasformarla in una prova definitiva di credenze specifiche.

Ossirinco e i papiri: cosa cambia per lo studio dell’Egitto romano

Ossirinco è già un nome enorme per chi studia il mondo antico: il “deposito” di papiri della città ha restituito nel tempo una quantità impressionante di testi, tanto che l’espressione “papiri di Ossirinco” è diventata quasi un marchio scientifico. In questo quadro, il frammento omerico in contesto funerario aggiunge una sfumatura: non parla solo di ciò che la gente scriveva e leggeva, ma di come i testi venivano trattati quando smettevano di essere libri e diventavano materiali. Dal punto di vista della storia culturale, il caso si inserisce in un Egitto romano dove il greco era lingua di amministrazione e di cultura, e dove l’educazione poteva includere autori canonici come Omero. Non significa che chiunque avesse accesso a un testo omerico, ma indica che copie o frammenti potevano circolare abbastanza da entrare nel mercato del riuso. Se questa dinamica venisse confermata da altri ritrovamenti simili, si potrebbe discutere con più forza di una “seconda vita” dei testi letterari, non limitata a documenti burocratici. Per l’archeologia, la scoperta è anche un promemoria metodologico: il cartonnage e i materiali di riempimento non sono “scarti” da trattare come secondari. Possono contenere dati storici e letterari importanti. Negli ultimi decenni, tecniche di restauro e analisi non invasiva hanno reso più frequente la lettura di strati e frammenti che prima sarebbero stati considerati illeggibili. Qui non serve fantascienza: basta ricordare che un reperto fragile può diventare informativo solo con tempi lunghi e competenze integrate. Infine c’è l’impatto sul racconto pubblico della scienza. La notizia funziona perché unisce due icone, Iliade e mummia, ma il rischio è che il pubblico si fermi al colpo di scena. La parte davvero interessante è più sobria: capire la catena materiale che porta un testo dall’ambiente di lettura al contesto funerario, e usare quel passaggio per ricostruire pratiche economiche e culturali. È meno cinematografico, ma più vicino a come lavora davvero la ricerca.

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