Un laser capace di trasferire potenza a distanza, la trasmissione di energia senza cavi, entra nei test militari statunitensi con un obiettivo pratico, ridurre la dipendenza da carburante e batterie in prima linea e, allo stesso tempo, offrire una risposta più economica ai droni.
Nel 2026 la ricerca sulle armi a energia diretta non riguarda solo il “colpo” contro il bersaglio, ma anche la logistica, cioè come alimentare sensori, comunicazioni e piattaforme mobili in aree dove ogni rifornimento è un rischio. Il contesto è quello di una proliferazione di velivoli senza pilota a basso costo, spesso impiegati in numero elevato. I comandi statunitensi cercano sistemi anti-drone che possano ingaggiare minacce ravvicinate senza consumare munizioni costose. La narrativa tecnologica è forte, ma i programmi precedenti insegnano prudenza, i laser hanno limiti fisici, meteo e manutenzione possono ridurre le prestazioni e la disponibilità operativa resta un nodo. Qui il punto è capire cosa è stato davvero dimostrato, quali numeri circolano e quali promesse somigliano più a comunicazione che a capacità già pronta.
BlueHalo Locust: il laser dell’Esercito tra costi e prestazioni
Tra i sistemi più citati nelle dimostrazioni statunitensi c’è il BlueHalo Locust, un laser ad alta energia in configurazione palletizzata, pensato per essere trasportato e impiegato da unità terrestri. Nelle prove divulgate, il concetto chiave è l’economia dell’ingaggio, si parla di pochi euro di energia elettrica per “colpo” contro un drone, a fronte di intercettori tradizionali che possono costare decine o centinaia di migliaia di euro. Il messaggio operativo è chiaro, se il bersaglio costa poco, serve una risposta che costi poco. Le specifiche divulgate aiutano a inquadrare i vincoli. Il sistema è stato descritto con un peso di circa 1.542 kg e un ingombro di circa 2,13 metri per lato, dimensioni compatibili con veicoli militari pesanti. Nelle dimostrazioni si cita la capacità di agganciare droni oltre i 3,2 km e ingaggiare bersagli che volano a circa 80 km/h. Numeri utili, ma che non dicono tutto, perché la portata effettiva dipende da visibilità, turbolenza, polvere e umidità, fattori che in un teatro reale non sono controllabili come in un poligono. Un dettaglio tecnico spesso sottovalutato è la catena di puntamento. Non basta “avere potenza”, serve un sistema di tracciamento e controllo del fascio che mantenga l’energia sul punto giusto per il tempo necessario. Nelle dimostrazioni si parla di contatti di fascio dell’ordine di un paio di secondi per fondere un elemento metallico a distanza, un esempio pensato per mostrare precisione più che letalità. In un impiego anti-drone, quel tempo di permanenza diventa una variabile critica, perché più bersagli arrivano, meno secondi sono disponibili per ciascuno. C’è poi il tema delle affermazioni “da brochure”. Alcuni filmati e dichiarazioni insistono su temperature estreme al punto d’impatto, ma la fisica non cambia, la potenza deve essere generata, condizionata e dissipata. Questo significa generatori, sistemi di raffreddamento e manutenzione specializzata. Una nota di cautela è d’obbligo, quando qualcosa si rompe, riparare un laser sul campo pu essere più difficile che sostituire componenti di un’arma convenzionale. È qui che la sperimentazione del 2026 si gioca davvero, non solo sul bersaglio abbattuto, ma sul numero di ore in cui il sistema resta disponibile.
USS Preble e HELIOS: la Marina punta sulle armi a energia diretta
In mare, la US Navy ha portato avanti test concreti con HELIOS, un sistema di arma a energia diretta integrato su un cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, l’USS Preble. Il dato rilevante emerso dai test è l’abbattimento di più droni in una dimostrazione, un passaggio che, per la Marina, vale come prova di concetto sul fatto che un laser navale possa contribuire alla difesa ravvicinata. HELIOS risulta installato sulla nave dal 2022, un orizzonte temporale che indica un percorso di integrazione lungo, fatto di prove, aggiornamenti e verifiche. Accanto a HELIOS, la Marina ha installato su più unità sistemi a potenza inferiore come ODIN, pensati per disturbare o danneggiare sensori ottici piuttosto che distruggere fisicamente il bersaglio. Questa distinzione conta, perché mostra un approccio a “strati”, accecamento e deterrenza a bassa potenza, ingaggio distruttivo quando serve. Per una nave, ogni missile antiaereo lanciato contro un drone economico è un problema di costo e di scorte, un laser, se funziona, promette un caricatore virtualmente “profondo”, limitato dall’energia disponibile e dal surriscaldamento. La retorica del costo per ingaggio è potente, si parla spesso di pochi euro equivalenti in energia e carburante. Ma su una nave il bilancio energetico è complesso, e aumentare la potenza di un laser significa sottrarre margini ad altri sistemi o richiedere architetture elettriche più robuste. Da qui l’interesse per classi di potenza superiori, fino a ipotesi di laser di classe megawatt. Nel 2026, per, la distanza tra discussione e disponibilità operativa resta ampia, e i programmi navali hanno già mostrato che portare un prototipo a una dotazione standard richiede anni. Un altro punto che merita attenzione è la misurazione del successo. Abbattere un drone in test è diverso dal farlo in condizioni di saturazione, con mare mosso, aerosol salino e più minacce simultanee. La Marina stessa ha riconosciuto ostacoli nel mettere in linea sistemi laser pienamente operativi. Il valore di HELIOS sta nel fatto che è integrato e provato su piattaforma reale, ma il dibattito interno punta sulla ripetibilità, quante volte, con quale meteo, con quale manutenzione, e con quali regole d’ingaggio per evitare rischi collaterali a sensori propri o a traffico civile.
Trasferimento di energia: la trasmissione di energia come leva logistica
La novità che attira l’attenzione nel 2026 non è solo il laser come arma, ma il laser come mezzo di trasferimento di energia, cioè trasmissione di energia a distanza verso un ricevitore. In teoria, se riesci a inviare potenza a un punto avanzato senza cavi, puoi alimentare sensori, ripetitori, piccoli veicoli o ricaricare batterie senza esporre convogli. Per un esercito moderno, la logistica energetica è un bersaglio, ogni cisterna e ogni camion di rifornimento è vulnerabile. Ridurre il numero di viaggi pu significare ridurre il rischio. Il concetto va letto con realismo. Trasferire energia con un fascio richiede linea di vista, stabilizzazione, sicurezza dell’area e un ricevitore efficiente. Ogni passaggio introduce perdite, e l’efficienza complessiva pu crollare se l’atmosfera è carica di polvere o pioggia. Quindi non è un sostituto universale del rifornimento, ma un possibile strumento per nicchie operative, per esempio basi temporanee, postazioni di sorveglianza o sistemi di guerra elettronica che consumano molto e non possono restare “al buio”. È qui che l’idea di autonomia energetica diventa più interessante della sola narrativa anti-drone. Dal punto di vista industriale, l’attrazione è doppia. Lo stesso ecosistema tecnologico, generazione di potenza, controllo del fascio, tracking, pu servire a due missioni, alimentare e ingaggiare. Questo spiega perché molti comunicati mescolano i due temi. Ma va separato ci che è dimostrato da ci che è promesso. Un laser che abbatte un drone non implica automaticamente un sistema affidabile di trasferimento energetico continuativo, perché cambiano i requisiti, durata, sicurezza, stabilità e gestione termica. La sperimentazione deve produrre dati su ore di funzionamento, non solo su secondi di ingaggio. Il lato critico riguarda anche la vulnerabilità. Un fascio energetico è, per definizione, una “linea” che pu essere disturbata, schermata o interrotta, e una stazione di trasmissione diventa un obiettivo ad alto valore. Inoltre, la sicurezza per personale e mezzi impone procedure rigide, perché un laser ad alta potenza non perdona errori di puntamento. In altre parole, il trasferimento di energia pu aumentare l’efficacia logistica, ma introduce nuove dipendenze, nuovi bersagli e nuove regole operative che nel 2026 sono ancora in fase di consolidamento.
Numeri a confronto: laser contro missili nella difesa anti-drone
Il motivo per cui i laser entrano nel dibattito è il rapporto costo-efficacia. Un drone commerciale o semi-artigianale pu costare poche migliaia di euro, mentre un missile superficie-aria pu arrivare a cifre a sei zeri. La differenza non è solo economica, è anche logistica, i missili sono finiti, richiedono catene di approvvigionamento e stoccaggi, mentre un laser richiede energia e manutenzione. Nelle comunicazioni pubbliche si citano spesso “pochi euro” per ingaggio, per dare un ordine di grandezza, un esempio ricorrente parla di circa 2,76 di energia per colpo, convertendo un valore di 3 dollari al cambio 0,92. Per dare un quadro leggibile, ecco un confronto basato sui numeri divulgati nelle dimostrazioni e nelle stime più ricorrenti nel settore. Non è un listino ufficiale, ma aiuta a capire perché i comandi insistono su anti-drone e arma a energia diretta come risposta a minacce a basso costo.
| Voce | Ordine di grandezza | Nota operativa |
|---|---|---|
| Energia per ingaggio laser | 2,76 | Stima di consumo elettrico, esclusa manutenzione |
| Drone commerciale tipo quadricottero | 1.840 | Valore tipico per modelli diffusi, variabile |
| Laser palletizzato (sistema) | 9,2 milioni | Conversione di 10 milioni di dollari, ordine di grandezza |
| Velocità drone in test | 80 km/h | Parametro utile per valutare tracking e tempo di permanenza |
Il confronto, per, va completato con ci che non entra nella tabella. Il costo di un laser non è solo l’acquisto, ma anche addestramento, pezzi di ricambio, raffreddamento, generatori e integrazione su piattaforme. E soprattutto, un laser non è sempre disponibile, fumo, nebbia, pioggia intensa o polvere possono ridurre l’efficacia. Un missile, per quanto costoso, funziona in un ventaglio più ampio di condizioni. Quindi la scelta reale è un mix, usare il laser quando conviene e conservare munizioni cinetiche per i casi in cui la fisica penalizza il fascio. Qui entra anche la questione della saturazione. Un laser deve “soffermarsi” sul bersaglio, mentre un sistema missilistico pu ingaggiare più tracce con lanci rapidi, se ha munizioni. Contro sciami, la promessa del laser è un caricatore profondo, ma la realtà è un collo di bottiglia temporale, quanti bersagli pu gestire in un minuto. Nel 2026 il dibattito tecnico ruota intorno a questo, aumentare potenza e qualità del fascio per ridurre il tempo di permanenza, e parallelamente migliorare sensori e automazione per assegnare priorità ai bersagli senza errori.
Limiti tecnici e comunicazione: cosa è dimostrato e cosa no
La storia dei programmi statunitensi invita alla cautela. In passato, concetti di laser aerotrasportati hanno avuto momenti di entusiasmo e poi stop per complessità e costi. Un esempio noto è un grande programma su piattaforma aerea che arriv a distruggere bersagli in test, ma venne cancellato per problemi di sostenibilità economica e tecnologica. Nel 2026, la differenza è che i laser a stato solido sono più compatti e gestibili rispetto ai sistemi chimici di decenni fa. Ma la lezione resta, tra un test riuscito e una capacità schierata su larga scala c’è un abisso di integrazione e affidabilità. Un punto delicato è la verifica indipendente. Alcune narrazioni pubbliche spingono sull’idea che i laser abbiano già risolto il problema dei droni, ma le stesse istituzioni riconoscono ostacoli, portata limitata, potenza limitata e difficoltà di riparazione sul campo. Anche quando si parla di abbattimenti in prova, bisogna chiedersi in quali condizioni, con quale profilo del bersaglio, quale distanza, quale meteo e con quale supporto tecnico presente. Senza questi dettagli, una parte del racconto rischia di essere più comunicazione che dato operativo. La dimensione energetica, che è il cuore del trasferimento di energia, aggiunge ulteriori vincoli. Trasmettere potenza significa gestire sicurezza, deconfliction con sensori e traffico, e garantire che il ricevitore sia correttamente allineato. Ogni deviazione pu tradursi in perdita di efficienza o in rischio. Qui la propaganda tecnologica pu essere forte, perché “energia a distanza” suona come una svolta. Ma il giornalismo deve restare freddo, la sperimentazione è una cosa, la capacità quotidiana in un teatro operativo un’altra. Per capire dove sta andando la curva, conviene guardare i segnali concreti, integrazione su piattaforme reali come l’USS Preble, installazioni progressive di sistemi a bassa potenza come ODIN, e test terrestri che mostrano ingaggi ripetuti. Il resto, come l’idea di flotte di droni armati di laser per abbattere missili, è ancora in una fase di pianificazione e comunicazione industriale. Nel 2026 la direzione è chiara, più laser, più sperimentazione, più attenzione all’autonomia energetica, ma la maturità operativa dipenderà dalla capacità di trasformare prototipi delicati in sistemi robusti, riparabili e sostenibili.
Fonti
- Defence Blog

