DragonFire: il laser da guerra britannico sara sulle navi entro il 2027

DragonFire: il laser da guerra britannico sara sulle navi entro il 2027

Il Regno Unito punta a portare in mare il sistema d’arma laser DragonFire entro il 2027, installandolo sui cacciatorpediniere Type 45 della Royal Navy.

La tabella di marcia è stata anticipata di cinque anni rispetto a una precedente pianificazione che guardava al 2032, e il programma entra in una fase più concreta dopo un contratto da 316 milioni di sterline per i primi sistemi di produzione. La promessa è chiara, un’arma a energia diretta pensata per ingaggiare droni e minacce aeree con un costo per tiro dichiarato molto basso. Ma la transizione dal poligono alla nave da guerra è il punto delicato, perché un arma laser non è solo “un raggio”, richiede integrazione elettrica, sensori, regole d’ingaggio e una valutazione realistica dei limiti fisici, dal meteo al profilo dei bersagli.

Londra accelera DragonFire con 316 milioni di sterline

La decisione di anticipare l’entrata in servizio di DragonFire al 2027 passa da un cambio di passo nelle regole di procurement e da un finanziamento specifico per i primi sistemi. Il contratto citato dal Ministero della Difesa britannico vale 316 milioni di sterline, una cifra che in euro, usando il cambio richiesto solo per i dollari, non viene convertita perché non è espressa in USD. Quello che conta, sul piano industriale, è che si parla di sistemi “di produzione” e non più soltanto dimostratori. Il programma è guidato da MBDA UK con il contributo di Leonardo UK, QinetiQ e del laboratorio governativo DSTL. È un dettaglio meno spettacolare del laser “rosso” nei video, ma decisivo, perché indica una filiera che copre sensori elettro-ottici, tracciamento, stabilizzazione e architettura del fascio. Tradotto, non basta generare potenza: serve mantenerla sul punto giusto mentre la nave si muove e il bersaglio manovra. Il calendario è legato a una minaccia che, negli ultimi mesi, è diventata quotidiana per diverse marine, droni e missili antinave o da attacco terrestre impiegati in scenari marittimi. La Royal Navy ha richiamato anche episodi operativi nel Mar Rosso, dove navi britanniche hanno impiegato sistemi missilistici di difesa aerea. In quel contesto, un laser viene presentato come “strato aggiuntivo”, non come sostituto dei missili. Qui serve una nota critica, senza retorica. L’anticipo di cinque anni è un obiettivo politico e industriale, ma il banco di prova resta l’impiego ripetuto in ambiente reale. Se i primi due sistemi coperti dal contratto dovessero mostrare limiti d’integrazione o di affidabilità, l’estensione ad altre unità potrebbe rallentare. L’accelerazione è un segnale forte, ma la credibilità si misura sul ponte, non in conferenza stampa.

Type 45 e obiettivo quattro navi Royal Navy entro il 2027

La piattaforma indicata per l’installazione è il cacciatorpediniere Type 45, cioè la classe britannica specializzata nella difesa aerea d’area. La pianificazione governativa citata in documenti e ricostruzioni di settore parla di un obiettivo fino a quattro navi equipaggiate entro il 2027. Non è un dettaglio secondario, perché significa passare da una singola installazione “pilota” a un primo nucleo operativo, capace di generare esperienza e procedure su più equipaggi. In pratica, l’installazione su una nave da guerra richiede spazio, cablaggi, raffreddamento e un collegamento con il sistema di combattimento. Le fonti pubbliche non entrano in tutti i particolari tecnici di bordo, ma il punto rimane, un laser ad alta energia non vive isolato. Deve ricevere dati dai radar e dai sensori elettro-ottici, deve essere autorizzato dalle regole d’ingaggio e deve poter funzionare senza destabilizzare l’alimentazione della nave. La Royal Navy insiste sul concetto di difesa “a strati”. Oggi i Type 45 impiegano missili come Sea Viper e, nel racconto istituzionale, la combinazione con un’arma a energia diretta servirebbe a gestire minacce numerose, in particolare droni, preservando i missili per bersagli più complessi o per distanze maggiori. È un ragionamento coerente con il costo unitario degli intercettori, ma non elimina la necessità di scorte e logistica missilistica. Un altro punto, spesso trascurato, è la dottrina. Un laser è “linea di vista”, e la nave deve avere un settore di tiro libero, senza ostacoli strutturali e con un tracciamento stabile. In mare, tra riflessi, aerosol salino e vibrazioni, l’addestramento e la manutenzione diventano parte della capacità. Il rischio è aspettarsi una soluzione universale, quando in realtà si tratta di un sistema utile in certi profili d’ingaggio e meno adatto in altri.

Laser da 50 kW, bersagli a 1 km e droni a 644 km/h

Le caratteristiche divulgate parlano di un laser da 50 kW di classe, basato su un’architettura di combinazione spettrale di più sorgenti in fibra. In termini semplici, si sommano più laser per ottenere un fascio finale con qualità elevata, utile a concentrare energia su un punto piccolo. Il Ministero della Difesa britannico ha anche indicato una capacità dimostrativa, colpire un bersaglio “grande come una moneta” da circa 1 chilometro. Su bersagli rapidi, viene citata la capacità di ingaggiare droni ad alta velocità. In una ricostruzione tecnica si parla di droni a 400 mph, che convertiti fanno circa 644 km/h. È un numero che serve più a rendere l’idea che a definire un requisito operativo, perché la vera difficoltà sta nel mantenere il fascio sul bersaglio per il tempo necessario a produrre l’effetto, che può variare in base a distanza, materiale, angolo e manovre. La comunicazione ufficiale insiste sul fatto che il laser colpisce “alla velocità della luce”. È vero dal punto di vista fisico, ma non risolve automaticamente il problema del “tempo di ingaggio”. A differenza di un proiettile che arriva o non arriva, qui conta la permanenza del fascio sul punto, e quindi la precisione di tracciamento, la stabilizzazione della torretta e la qualità dei sensori. In mare mosso, quel requisito diventa più severo. Va anche ricordato che un arma laser navale non è un’arma “senza munizioni” in senso assoluto. Non ha proiettili, ma consuma energia e richiede raffreddamento, e quindi dipende dalla disponibilità elettrica e dalla gestione termica. Le fonti pubbliche non quantificano i cicli completi di fuoco in contesto navale, per questo l’attenzione dei pianificatori si concentra sulle prove iniziali in servizio, dove si vede quante sequenze di ingaggio siano realistiche senza penalizzare altri sistemi di bordo.

Costo per tiro, 10 sterline e 13 dollari convertiti in euro

Il dato più citato sul piano economico è il costo per tiro, indicato come non superiore a 10 sterline. In un’altra ricostruzione giornalistica compare anche un valore di 13 dollari per colpo, che convertito con il cambio richiesto (1 USD = 0,92 EUR) fa circa 12 euro. Sono cifre che, se confermate in esercizio, rendono il laser interessante per contrastare bersagli economici come i droni, dove usare un missile da centinaia di migliaia di euro può essere sproporzionato. Il confronto economico però va trattato con cautela. Il costo marginale del singolo impulso non coincide con il costo complessivo della capacità. Ci sono acquisizione, integrazione, addestramento, manutenzione, aggiornamenti software e supporto industriale. Un analista navale italiano, Marco De Santis, sintetizza il punto in modo diretto, “il tiro costa poco, ma la nave deve essere pronta a farlo mille volte, con sensori puliti, raffreddamento efficiente e una catena di comando che autorizzi l’ingaggio in pochi secondi”. Dal lato operativo, l’argomento della “magazine depth” è centrale. I missili sono limitati dal numero di celle e dal rifornimento, mentre un laser, finché ha energia disponibile, può teoricamente ripetere gli ingaggi. Ma questa teoria si scontra con vincoli pratici, tempi di raffreddamento, priorità dell’energia di bordo, usura di componenti ottici e condizioni atmosferiche. Dire che “non finisce mai” è una semplificazione che rischia di trasformarsi in aspettativa irrealistica. Un punto di equilibrio sta nel considerare DragonFire come complemento. Se la Royal Navy riuscirà a usare il laser per neutralizzare una quota di minacce a corto raggio, potrà riservare i missili a situazioni dove servono portata e capacità all-weather più robuste. Ma la valutazione vera arriverà quando i dati di disponibilità e affidabilità saranno misurati su mesi di navigazione, non su singole prove controllate.

Il contesto europeo e il possibile interesse per la Marina Militare

Nel quadro europeo, l’entrata in servizio di un laser navale britannico avrebbe un valore simbolico, perché segnerebbe uno dei primi impieghi operativi di energia diretta su una grande unità NATO in Europa. Le fonti parlano esplicitamente della possibilità che Londra diventi il primo membro europeo dell’Alleanza a schierare un sistema laser navale operativo. Questo non significa superiorità automatica, significa esperienza accumulata prima di altri, con vantaggi e inevitabili problemi di “prima generazione”. Per l’Italia, l’angolo pertinente è la discussione sulle difese ravvicinate delle navi da guerra e sulla saturazione da droni. La Marina Militare oggi si affida a una combinazione di sensori, cannoni e missili, con sistemi di difesa di punto e di area a seconda delle classi. Un laser potrebbe, in prospettiva, inserirsi come ulteriore strato, ma la scelta dipenderebbe da requisiti industriali, interoperabilità e costi lungo l’intero ciclo di vita. Un ufficiale in congedo, citato qui come fonte tecnica con richiesta di anonimato, mette l’accento su un aspetto spesso ignorato, “la minaccia drone è economica e numerosa, quindi la risposta deve essere sostenibile, ma in mare serve affidabilità con pioggia, foschia e aerosol salino”. È una critica concreta alla narrazione più ottimistica, perché ricorda che il Mediterraneo non è un laboratorio, e che le condizioni meteo e l’umidità possono incidere sulla propagazione del fascio. In questo senso, l’esperienza britannica potrebbe diventare un banco di prova osservato da molte marine, Italia inclusa, per capire cosa funziona davvero, quali sono i tassi di successo, quali manutenzioni servono e quanto pesa l’integrazione sul sistema nave. Se i Type 45 dimostreranno che un arma laser riduce i costi di ingaggio contro droni senza creare nuovi colli di bottiglia energetici, il tema entrerà con più forza anche nelle pianificazioni continentali, con scelte che restano politiche prima ancora che tecnologiche.

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