Il US Marine Corps sta investendo in veicoli robotizzati terrestri per una missione molto concreta, cercare i droni avversari e contribuire ad abbatterli.
L’acquisto si inserisce in una corsa più ampia alle capacità anti-drone e contro-UAS, accelerata dalla diffusione di piccoli velivoli senza pilota, spesso economici, usati per ricognizione e attacchi di precisione. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’esposizione diretta dei militari, portando sensori e, dove previsto, effettori più vicino alla minaccia. La scelta arriva mentre i Marines aggiornano dottrina e addestramento su più livelli. Da un lato nasce un team dedicato ai droni d’attacco, dall’altro cresce l’attenzione ai sistemi terrestri senza equipaggio, considerati utili per muoversi in aree ad alto rischio e per creare una “catena” di scoperta e ingaggio più rapida. Il punto delicato è distinguere ciò che è misurabile, addestramento, piattaforme, procedure, da narrazioni promozionali sul salto tecnologico, perché contro i droni la differenza la fanno anche guerra elettronica, logistica e regole d’ingaggio.
US Marine Corps lega UGV e contro-UAS nelle unità operative
Nel modello operativo dei Marines, la cornice è la MAGTF, la Marine Air-Ground Task Force, che integra componente terrestre, aerea e supporto sotto un unico comando. In questa architettura, inserire sistemi autonomi terrestri non è solo una scelta di “mezzi”, ma un modo per distribuire sensori e capacità di protezione ravvicinata lungo la manovra. Un veicolo senza equipaggio può portare telecamere, sensori acustici o termici, e collegarsi a una rete di comando e controllo per segnalare un contatto a un’unità di difesa aerea a corto raggio. La minaccia che spinge l’investimento è la proliferazione di piccoli droni, inclusi quelli a guida in prima persona, impiegati in conflitti recenti con tattiche che cambiano in settimane. Nella pratica, un drone commerciale modificato può osservare trincee, correggere il tiro o tentare un attacco diretto su mezzi e postazioni. Questo obbliga a pensare la difesa non solo come “bolla” di radar e missili, ma come insieme di sensori mobili e contromisure distribuite, dove un veicolo robotizzato può fare da esca, da osservatore avanzato o da nodo di rete. Un elemento spesso trascurato nel racconto pubblico è l’attrito operativo. Portare UGV in unità significa addestrare operatori, garantire manutenzione, batterie o carburante, ricambi e collegamenti radio robusti in ambienti disturbati. Se il segnale cade o viene degradato, l’UGV rischia di diventare un peso o, peggio, un oggetto catturabile. Il valore reale sta nella capacità di continuare a fornire dati utili anche con comunicazioni intermittenti, un tema centrale per qualunque contro-UAS moderno. Dal punto di vista tattico, l’idea è ridurre i tempi tra scoperta e reazione. Se un UGV individua un drone in avvicinamento o la sua probabile area di lancio, può alimentare una risposta che va dalla guerra elettronica all’ingaggio cinetico. Non è un “robot che vince da solo”, è un tassello nella catena. La critica più prudente è che il nemico si adatta, cambia frequenze, profili di volo, quote e tecniche di mascheramento, per questo l’efficacia dipende da aggiornamenti rapidi e da un ciclo di lezione appresa molto corto.
Marine Corps Attack Drone Team, addestramento FPV dal 3 gennaio 2025
Il 3 gennaio 2025 i vertici del Training Command e del Marine Corps Warfighting Laboratory hanno istituito il Marine Corps Attack Drone Team, una struttura pensata per accelerare l’adozione di droni d’attacco, soprattutto FPV, in risposta alla loro diffusione in conflitti recenti. Il team impiega sia sistemi “program of record” sia piattaforme fuori programma, con l’idea di sperimentare rapidamente e trasferire procedure alle unità della Fleet Marine Force. Il messaggio ufficiale insiste su due parole, “portata” e “costo”. Secondo la comunicazione del Corpo, i droni FPV consentono effetti a distanze estese a una frazione del costo di sistemi d’arma a lungo raggio tradizionali. È un’affermazione plausibile sul piano economico, ma va letta con cautela, perché un drone economico richiede catene logistiche diverse, componenti sostituibili, addestramento intensivo, e un tasso di perdita elevato che deve essere accettato e pianificato. Non basta il prezzo unitario, conta il costo per effetto ottenuto in condizioni reali. Il team integra addestramento, competizioni e collaborazione con strutture interne, con l’obiettivo di standardizzare tattiche e ridurre improvvisazione. In termini pratici, significa definire profili di missione, sicurezza, gestione delle frequenze, procedure di deconfliction con droni amici e con l’aviazione, e criteri per distinguere bersagli legittimi da falsi contatti. Nello stesso tempo, l’impiego di droni FPV apre un tema di responsabilità e controllo, perché la rapidità d’ingaggio può aumentare il rischio di errori se le regole non sono chiare. Qui si collega il discorso dei veicoli robotizzati. Se i Marines costruiscono una forza più “dronizzata” in aria, è coerente estendere a terra nodi che osservano, segnalano e, dove previsto, supportano l’ingaggio. Un UGV può portare antenne, sensori o carichi utili per individuare emissioni e traiettorie, contribuendo alla difesa anti-drone senza esporre una squadra in prima linea. La sfida è l’integrazione, non la singola piattaforma, e questo richiede standard di rete, interoperabilità e disciplina elettromagnetica.
Lezioni dall’Ucraina, UGV sacrificabili e difesa anti-drone a basso costo
Il conflitto in Ucraina ha reso quotidiano l’uso di droni e di veicoli terrestri senza equipaggio. Analisi e testimonianze dal fronte descrivono UGV impiegati per ricognizione, supporto al fuoco e logistica in aree battute, con un principio netto, un robot può essere perso, un soldato no. Questa logica di “sacrificabilità” influenza anche le scelte occidentali, perché sposta l’attenzione sul volume di sistemi disponibili e sulla velocità di sostituzione, non solo sulla sofisticazione. Nel panorama UGV si vedono due linee di sviluppo. La prima adatta piattaforme esistenti nate per equipaggi umani, per esempio telai già in servizio trasformati in veicoli telecomandati o semi-autonomi. La seconda punta su piattaforme dedicate, spesso più piccole, come i sistemi mini o small, progettati per muoversi in spazi ristretti e per essere trasportabili. Questo conta per i Marines, che operano spesso in contesti expeditionary, dove peso, ingombro e sostenibilità logistica incidono quanto la potenza di fuoco. Sul fronte anti-drone, un’altra lezione riguarda l’economia dell’intercettazione. In Ucraina si è cercato di abbattere droni relativamente economici con contromisure dal costo inferiore, evitando la trappola di impiegare intercettori molto costosi contro bersagli “usa e getta”. Le stime riportate in analisi pubbliche citano droni d’attacco dal costo di circa 30.000-40.000 dollari, cioè circa 27.600-36.800 al cambio 0,92, e un ecosistema produttivo decentralizzato con molte aziende in competizione. Il dato non è una contabilità ufficiale, ma indica la pressione a trovare soluzioni sostenibili nel tempo. Per i Marines, tradurre questa lezione significa combinare più livelli, guerra elettronica, sensori distribuiti, munizioni economiche, e piattaforme terrestri che avvicinano la scoperta alla minaccia. Un UGV può aiutare a localizzare operatori di droni, punti di lancio o ripetitori, ma non elimina il problema principale, l’avversario può moltiplicare i droni, cambiare tattiche e saturare le difese. Il vantaggio sta nel ridurre l’esposizione e aumentare la resilienza, non nell’illusione di una “bolla” perfetta.
Veicoli robotizzati, sensori e catena di ingaggio contro-UAS
Quando si parla di veicoli robotizzati contro i droni, il punto chiave non è solo “sparare”, ma individuare e classificare. I piccoli UAS possono essere difficili da vedere con radar tradizionali, volano bassi, sfruttano coperture e hanno firme ridotte. Un UGV può portare sensori ottici e termici, microfoni direzionali, e sistemi di rilevamento di radiofrequenza per intercettare collegamenti di controllo o telemetria. Questi dati, fusi con altre fonti, servono a costruire una traccia e a ridurre falsi allarmi. La catena di ingaggio tipica contro-UAS è “scopri, identifica, decidi, ingaggia, valuta”. Ogni passaggio può essere accelerato con automazione, ma ogni automazione deve essere verificabile, perché un errore di classificazione può portare a ingaggi impropri o a fratricidio. In questo senso, i sistemi autonomi sono utili se aumentano la qualità dell’informazione e la velocità, mantenendo un controllo umano sulle decisioni critiche. La narrativa sull’autonomia totale è spesso più marketing che realtà operativa. Un altro aspetto è la sopravvivenza elettromagnetica. Le contromisure contro i droni includono jamming e spoofing, ma queste tecniche possono disturbare anche le comunicazioni amiche. Un UGV che opera vicino alla linea di contatto deve essere progettato per lavorare in un ambiente “sporco”, con interferenze e tentativi di geolocalizzazione. Questo impone disciplina sulle emissioni, antenne direzionali, e procedure per cambiare rapidamente frequenze e profili di comunicazione, altrimenti il veicolo rischia di diventare un faro per l’artiglieria avversaria. Infine c’è la questione della sostenibilità. Se un UGV è pensato per essere sacrificabile, deve costare relativamente poco e essere riparabile in campo. Se è molto costoso, la sua perdita diventa un problema e le unità tendono a usarlo con eccessiva cautela, riducendone l’utilità. Il bilanciamento tra costo, prestazioni e disponibilità è centrale nel contro-UAS, perché la minaccia è numerosa e spesso economica. Qui la critica più concreta è che l’Occidente rischia di inseguire soluzioni perfette e rare, mentre la realtà richiede quantità, aggiornamenti rapidi e addestramento continuo.
Angolo europeo e italiano, contromisure e interoperabilità NATO
Per un pubblico italiano, l’interesse non è imitare modelli statunitensi, ma capire come queste scelte influenzano interoperabilità e mercato europeo. La NATO sta osservando con attenzione la diffusione di droni FPV e di UGV, perché cambiano la protezione delle basi, dei convogli e delle unità schierate. Se il US Marine Corps spinge su veicoli terrestri e droni d’attacco, gli alleati devono almeno garantire compatibilità di procedure, frequenze, identificazione amico-nemico e scambio dati, soprattutto nelle operazioni congiunte. In Europa, la tendenza è combinare sensori, guerra elettronica e difesa a corto raggio per proteggere infrastrutture critiche e forze schierate. Molti programmi restano nazionali e frammentati, e questo è un limite, perché i droni commerciali modificati circolano con facilità e le contromisure devono aggiornarsi rapidamente. Il tema non è solo militare, perché la protezione contro UAS riguarda anche eventi, aeroporti e siti industriali. La linea di demarcazione tra tecnologie dual use e capacità militari è sottile, e richiede regole chiare su acquisizioni e impiego. Un angolo verificabile per l’Italia è l’impatto industriale e dottrinale, non un singolo sistema “miracoloso”. Aziende europee, incluse realtà italiane, lavorano da anni su sensori elettro-ottici, radar compatti e guerra elettronica, tecnologie che possono entrare in architetture anti-drone. Il punto è l’integrazione: un sensore senza rete, e senza procedure di ingaggio, vale poco. Per questo le scelte dei Marines, che uniscono team di addestramento per droni e acquisizioni di UGV, indicano un approccio di sistema che in Europa spesso fatica a emergere. Resta anche una questione politica e di trasparenza. Quando una forza armata comunica “letalità a basso costo”, è utile chiedersi quali siano le metriche, tasso di successo, perdite di sistemi, ore di addestramento, e soprattutto quali rischi di escalation o di uso improprio esistano. La tecnologia abbassa la soglia di accesso, ma non elimina la necessità di controllo. Per l’Italia e l’Europa, l’interoperabilità con gli Stati Uniti passa anche da standard etici e da regole d’ingaggio condivise, oltre che da apparati e software.
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