La flotta russa del Pacifico invia in Cina il suo incrociatore piu potente, un’unita classe Slava

La flotta russa del Pacifico invia in Cina il suo incrociatore piu potente, un’unita classe Slava

La flotta russa del Pacifico ha inviato in Cina il suo più potente combattente di superficie, l’incrociatore lanciamissili Varyag, appartenente alla famiglia nota in Occidente come incrociatore Slava.

La scelta non è solo logistica, è un messaggio politico e militare, perché si parla dell’ammiraglia della componente di superficie basata a Vladivostok, una nave pensata per guidare gruppi navali e per la difesa aerea di area. Se ti aspetti un gesto “da propaganda”, fermati un attimo, il punto interessante è un altro. Mandare una nave da guerra di questo tipo in acque cinesi mette in fila diversi temi concreti: la cooperazione navale russo-cinese nel Pacifico, la necessità di Mosca di mostrare presenza nonostante l’usura della guerra, e il confronto con una Marina cinese che oggi conta circa 370 unità operative, numeri che spostano il baricentro regionale.

Il Varyag arriva in Cina come ammiraglia del Pacifico

Il Varyag è indicato come nave ammiraglia della flotta russa del Pacifico, con base principale a Vladivostok. La sua presenza in Cina va letta come un’attività di diplomazia navale: un’unità grande, riconoscibile e armata in modo pesante è un “biglietto da visita” più esplicito di una fregata o di una corvetta. Nelle marine moderne, l’ammiraglia non è solo simbolo, è anche piattaforma di comando e coordinamento. Questo tipo di invio si inserisce nella routine di visite, esercitazioni e soste tecniche tra Paesi che mantengono un dialogo militare crescente nel Pacifico. Non serve immaginare scenari da film: una nave che entra in porto, incontra controparti, svolge attività addestrative e dimostra interoperabilità minima, dalla comunicazione alle procedure di sicurezza. È un modo per “normalizzare” una cooperazione che, a livello politico, Mosca e Pechino presentano come stabile. Il contesto operativo conta. La flotta russa del Pacifico dipende dal Distretto Militare Orientale e si appoggia a una rete di basi tra Primorsky e Kamchatka, con punti come Fokino, Bolshoi Kamen, Vilyuchinsk e Petropavlovsk. Questa geografia spiega perché una sortita verso la Cina sia relativamente naturale dal punto di vista delle distanze e delle linee di comunicazione, rispetto ad altri teatri dove la Russia deve attraversare colli di bottiglia marittimi. C’è anche un dettaglio che spesso sfugge: la Russia, nel Pacifico, non gioca solo sulla superficie. La stessa area ospita una componente subacquea significativa, con sottomarini strategici e d’attacco. Per questo l’arrivo del Varyag in Cina non va isolato come “la nave più grossa in vetrina”, ma collegato al tentativo di mantenere un profilo credibile in un teatro dove gli Stati Uniti e i loro alleati osservano ogni segnale di coordinamento russo-cinese.

La classe Slava: numeri, armamento e limiti di un progetto anni ’70

La classe Slava, o Progetto 1164 Atlant, nasce negli anni Settanta ed entra in servizio nei primi anni Ottanta. Parliamo di un incrociatore missilistico sovietico pensato per missioni di prima linea e scorta, con una forte enfasi su capacità antinave e difesa aerea per proteggere un gruppo navale. Il Varyag è stato varato nel 1983 ed è entrato in servizio nel 1989, dati che dicono già molto su età e cicli di manutenzione. Le dimensioni sono quelle di un’unità pesante: circa 186 metri di lunghezza, 20,8 metri di larghezza e un dislocamento indicato intorno a 9.300 tonnellate. L’equipaggio è nell’ordine di 485 persone, un numero alto rispetto a molte navi contemporanee, segno di un progetto precedente all’automazione spinta. La velocità massima riportata è di 32,5 nodi, circa 60 km/h, utile per manovre tattiche e per tenere il passo di una formazione. Sull’armamento, i dati pubblici parlano di artiglieria da 130 mm, sistemi ravvicinati come l’AK-630 e tubi lanciasiluri da 533 mm. A bordo sono previsti anche elicotteri Ka-27, uno per compiti antisommergibile e uno legato alla direzione del tiro, un aspetto pratico: senza sensori e piattaforme aeree, la capacità di cercare e classificare bersagli in mare aperto cala rapidamente. Qui arriva la nota critica, senza retorica. Un progetto anni ’70 può essere ancora pericoloso, ma non è automaticamente “dominante” nel 2026. Sensori, guerra elettronica, difesa contro missili moderni e resilienza ai danni sono i veri discriminanti. La classe Slava è stata concepita in un’epoca di dottrine diverse, con firme radar elevate e soluzioni strutturali che oggi sono più esposte. Il valore del incrociatore Slava è reale, ma va pesato contro l’evoluzione delle minacce.

Il precedente del Moskva pesa sulla percezione degli incrociatori russi

Quando si parla di incrociatori Slava, in Europa il riferimento immediato è la perdita del Moskva nel Mar Nero nell’aprile 2022, dopo essere stato colpito da missili antinave ucraini Neptune. Il fatto è importante non per fare paragoni automatici, ma perché ha cambiato la percezione: una nave considerata “ammiraglia” e simbolo può essere messa fuori combattimento se la catena di scoperta, difesa e gestione dei danni non regge. Quel caso ha alimentato un dibattito tecnico su vulnerabilità, addestramento, prontezza dei sistemi e capacità di operare vicino a coste ostili. Non significa che il Varyag sia destinato allo stesso destino, sarebbe un salto logico. Significa che ogni uscita di una grande unità russa oggi viene letta anche attraverso quella lente: quanto è protetta davvero, quanto è aggiornata, quanto è supportata da altre piattaforme, e quanto rischio politico si accetta nel metterla in movimento. Un altro elemento documentato è il cambiamento di postura della flotta russa nel Mar Nero nel 2022, con arretramenti legati alla minaccia di missili antinave come Harpoon e Neptune. Anche se il Pacifico è un teatro diverso, l’insegnamento generale resta: la sopravvivenza di una nave da guerra dipende dall’insieme, copertura aerea, intelligence, difesa stratificata, e dalla distanza dalle coste dove possono operare batterie mobili e droni. In questo senso, mandare un incrociatore Slava in Cina può avere anche una funzione interna: mostrare che la Marina russa mantiene attività lontano dal fronte europeo e che la flotta del Pacifico resta un pilastro. Ma non va confuso con un “ritorno dell’era delle grandi navi”. La tendenza globale, anche tra le marine maggiori, è combinare unità grandi con reti di sensori, missili a lungo raggio e piattaforme più piccole, spesso più numerose e sacrificabili.

Cooperazione navale Russia-Cina nel Pacifico e confronto di masse navali

Il punto strutturale è che la cooperazione tra Mosca e Pechino nel Pacifico avviene in un ambiente dove la PLA Navy ha una massa numerica impressionante, circa 370 unità operative. Per la Russia, che resta una potenza navale rilevante ma con risorse distribuite su più flotte, presentarsi con il Varyag serve a mettere sul tavolo una capacità di comando e di difesa aerea che, in teoria, può sostenere un gruppo misto in esercitazioni. La Cina, dal canto suo, ha costruito negli anni una flotta bilanciata, con portaerei, cacciatorpediniere, fregate e un gran numero di unità leggere. Le fonti disponibili citano anche un segmento di corvette “stealth” e un uso esteso di unità costiere che, in uno scenario vicino a Taiwan o nel Mar Cinese Orientale, hanno un ruolo pratico. In questo quadro, la presenza russa può essere vista come complemento politico più che come necessità operativa cinese. Per non farsi prendere dalla narrativa, conviene guardare ai numeri russi nel Pacifico riportati in modo pubblico: una flotta con decine di unità complessive, includendo superficie e sottomarini, e una componente subacquea rilevante. La Russia mantiene sottomarini strategici e d’attacco nell’area, ma sul piano della superficie la disponibilità di grandi unità è limitata. Per questo l’uscita del Varyag fa notizia, perché non è un evento quotidiano. Un confronto utile è concettuale: la Cina può ruotare molte piattaforme moderne, la Russia tende a valorizzare alcune unità di alto profilo come moltiplicatori di presenza. Questo crea una cooperazione asimmetrica, dove Pechino offre massa e infrastrutture, Mosca offre esperienza, deterrenza nucleare complessiva e alcune piattaforme iconiche. Il rischio è che la lettura pubblica scivoli nel “blocco navale” monolitico: nella pratica, interessi e priorità non coincidono sempre, e nel Pacifico ogni mossa viene misurata anche in funzione degli Stati Uniti e dei partner regionali.

L’angolo italiano: rotte, Mediterraneo e attenzione alla sicurezza marittima

Per l’Italia, la notizia non è “lontana” solo perché riguarda il Pacifico. Roma è un Paese marittimo e membro NATO, con interessi diretti sulle rotte commerciali e sulla stabilità delle catene logistiche. Quando Russia e Cina mostrano coordinamento navale, anche sotto forma di visite portuali o attività addestrative, il segnale arriva fino ai tavoli europei dove si discute di posture, sorveglianza e protezione delle linee di comunicazione marittime. C’è anche un precedente che tocca indirettamente il Mediterraneo: nell’agosto 2022 l’unità gemella Maresciallo Ustinov, anch’essa classe Slava, ha lasciato il Mediterraneo per rientrare nella Flotta del Nord. Questo ricorda che gli incrociatori russi, quando si muovono tra teatri, diventano oggetti di monitoraggio costante, per ragioni di sicurezza e trasparenza militare. L’Italia, con le sue basi e la sua Marina, è parte del sistema di osservazione e deterrenza dell’Alleanza. Se vuoi un dato pratico, la discussione italiana sulla sicurezza marittima negli ultimi anni si è concentrata su protezione di infrastrutture energetiche, cavi sottomarini e traffico commerciale. Un nave da guerra come il Varyag non cambia da sola gli equilibri nel Mediterraneo, ma contribuisce a un quadro globale in cui le marine tornano a usare la presenza come strumento politico. E quando il confronto si sposta su scala globale, anche le marine europee devono ragionare su prontezza, scorte e capacità di sorveglianza. Ultima nota, più terra-terra. In Italia spesso si confonde “visita in porto” con “alleanza militare totale”. Sono due cose diverse. L’invio dell’incrociatore Slava in Cina segnala cooperazione e convergenza, ma non prova automaticamente un comando integrato o piani congiunti permanenti. La lettura più prudente è considerarlo un tassello di una relazione che si rafforza per necessità e opportunità, con un impatto indiretto sulla postura occidentale, più che un cambio immediato delle regole del gioco.

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