Per quasi cinque decenni, una gorilla di pianura occidentale chiamata Koko è stata al centro di un esperimento che ha acceso curiosità e polemiche: l’apprendimento di una versione modificata della lingua dei segni sotto la guida della psicologa Francine Patterson.
Secondo la Gorilla Foundation, Koko avrebbe usato più di 1.000 segni e compreso circa 2.000 parole di inglese parlato, numeri che hanno fatto il giro del mondo. Il punto, per chi prova a capire la scienza dietro la storia, è distinguere ciò che è documentato, ciò che è interpretazione e ciò che resta difficile da verificare con gli standard attuali. Koko è morta nel 2018, a 47 anni, ma il suo caso continua a essere citato quando si parla di cognizione animale, comunicazione tra specie e limiti dei metodi sperimentali con i grandi primati.
Francine Patterson avvia il progetto con Koko nel 1972
Koko, nome completo Hanabi-ko, nasce il 4 luglio 1971 allo zoo di San Francisco. L’anno dopo, nel 1972, Francine Patterson inizia a lavorare con lei: la scelta non è neutra, perché si colloca in un periodo in cui diversi gruppi di ricerca tentano di capire quanto la comunicazione dei grandi primati possa avvicinarsi a forme simboliche simili al linguaggio umano. Qui entra l’idea di una versione adattata dell’ASL, spesso descritta come “lingua dei segni dei gorilla”. Un elemento metodologico importante è che Koko viene esposta non solo ai segni, ma anche all’inglese parlato fin da molto giovane. Questa doppia esposizione, segni più parlato, viene presentata come un modo per costruire associazioni tra concetti e simboli manuali. Nella pratica quotidiana, significa sessioni ripetute, rinforzi, contesti di gioco e routine, con l’obiettivo di stabilizzare un repertorio di segni riconoscibili. Nel corso degli anni, il progetto si lega alla Gorilla Foundation, fondata da Patterson e dal collaboratore Ronald Cohn. Koko vive gran parte della sua vita a Woodside, in California, in una struttura collegata alla fondazione, nelle montagne di Santa Cruz. Questa continuità, quasi unica per durata, è uno dei motivi per cui il caso Koko è diventato un riferimento: non si parla di settimane o mesi, ma di decenni di interazione tra un animale e un piccolo gruppo di umani. La notorietà mediatica cresce: Koko finisce su copertine di riviste e in servizi televisivi, e questo influenza la percezione pubblica del progetto. Qui arriva già una prima nuance, utile per leggere tutto il resto: quando un esperimento diventa un fenomeno culturale, la pressione a raccontarlo come “prova” di qualcosa aumenta. La scienza, invece, chiede protocolli, repliche, accesso ai dati grezzi e definizioni operative, per esempio cosa significhi esattamente “sapere un segno”.
Le cifre 1.000 segni e 2.000 parole restano contestate
Le affermazioni più citate sono due: oltre 1.000 segni prodotti e circa 2.000 parole di inglese comprese. Sono numeri potenti, perché suggeriscono un vocabolario ampio e una comprensione non banale. Ma “segni” non è una categoria semplice: può includere gesti appresi per richiesta, gesti spontanei, varianti imprecise, combinazioni, o segni usati in modo coerente in più contesti. A seconda della definizione, il conteggio cambia molto. Nel dibattito scientifico, una critica ricorrente riguarda la verificabilità indipendente. Se la maggior parte della valutazione dipende da chi lavora quotidianamente con l’animale, entra in gioco il rischio di bias, anche involontario. Nel linguaggio degli esperimenti, serve ridurre l'”effetto Clever Hans”, cioè la possibilità che l’animale risponda a indizi sottili dell’umano più che al significato del compito. Nel caso di Koko, i filmati e le trascrizioni selezionate hanno alimentato interpretazioni diverse. Un altro punto è la differenza tra comprensione e produzione. Capire una parola o un segno può voler dire riconoscere un’associazione stabile, per esempio “mela” uguale oggetto commestibile specifico, senza per forza implicare sintassi o concetti astratti. Produrre un segno, poi, può essere una richiesta (“dammi”), un’etichetta (“gatto”), o un comportamento rinforzato. La domanda chiave è: Koko combinava simboli per costruire significati nuovi, o usava soprattutto formule apprese? Per rendere il confronto più chiaro, ecco un quadro sintetico dei numeri più citati e di cosa descrivono. Non sono “prove” in sé, ma aiutano a capire perché la discussione si accende quando si mettono cifre in prima pagina.
| Indicatore | Valore riportato | Cosa misura davvero |
|---|---|---|
| Segni prodotti | > 1.000 | Repertorio di gesti codificati e attribuiti a significati |
| Parole comprese | 2.000 | Comprensione dell’inglese parlato secondo i ricercatori della fondazione |
| Durata del progetto | 1972-2018 | Continuità dell’interazione e dell’addestramento/osservazione |
| Età alla morte | 47 anni | Longevità elevata per la specie in cattività, dato citato spesso |
Il nodo, se me lo concedi, è che i numeri fanno notizia ma non sostituiscono una metrica condivisa. Senza criteri pubblici su quali segni entrano nel conteggio, con quali test di generalizzazione e con quali controlli, la comunità scientifica tende a considerare quei valori come “riportati” più che “dimostrati” nel senso più rigoroso.
Gli episodi celebri mostrano emozioni ma non provano sintassi
La storia di Koko è piena di episodi raccontati come finestre su una mente complessa. Un esempio spesso citato nei resoconti giornalistici è l’interazione con una reporter, quando Koko avrebbe usato segni per etichettarla in modo offensivo e poi, a domanda su dove vadano i gorilla dopo la morte, avrebbe segnato qualcosa come “buco comodo ciao”. Questi frammenti colpiscono perché sembrano andare oltre la semplice richiesta di cibo o gioco. Ma qui serve una distinzione netta: esprimere stati emotivi, preferenze o avversioni non è la stessa cosa che padroneggiare la grammatica. Anche molti animali mostrano emozioni complesse e comportamenti sociali raffinati senza che questo implichi un linguaggio con sintassi produttiva. Nel caso di Koko, la questione scientifica non è “provava emozioni?”, quanto “usava simboli con regole combinatorie stabili e verificabili?”. Alcuni ricercatori, come Anne Russon (citata in contesti divulgativi sul tema), hanno descritto l’insegnamento dei segni ai grandi primati come un passo importante per esplorare capacità comunicative spesso sottovalutate. La posizione più prudente è: i segni possono essere un canale più naturale della vocalizzazione per specie con apparato fonatorio diverso dal nostro, quindi possono rivelare competenze che con il solo parlato resterebbero invisibili. La critica, invece, è che molte “frasi” dei primati nei progetti storici risultano brevi, con ordine variabile e forte dipendenza dal contesto. Se un segno come “bere” appare quando c’è una tazza davanti, è difficile capire se sia un concetto astratto o una risposta situazionale. Questo non sminuisce Koko come individuo, ma ridimensiona ciò che possiamo inferire sul “linguaggio” come sistema, che è una cosa diversa dalla comunicazione intenzionale.
Il caso Koko nel confronto con Nim Chimpsky e altri studi
Per capire perché Koko divida ancora, conviene metterla accanto ad altri esperimenti sui primati. Uno dei più discussi è quello di Nim Chimpsky, seguito dallo psicologo Herbert Terrace alla Columbia University. Anche lì l’obiettivo era insegnare segni, e anche lì il racconto pubblico iniziale fu ottimista. Poi arrivò una fase di revisione critica: molte sequenze di segni sembravano imitazioni o risposte guidate, più che produzione autonoma di nuove strutture. Il confronto non serve a “screditare” Koko per associazione, ma a mostrare un problema generale: quando l’umano interpreta segnali ambigui, rischia di vedere linguaggio dove c’è soprattutto apprendimento associativo e abilità sociali. Nei grandi primati, la sensibilità agli indizi dell’altro è altissima. Questo è un punto forte della loro cognizione animale, ma complica i test, perché l’animale può ottimizzare la risposta per ottenere un risultato senza che ciò implichi comprensione semantica piena. Un’altra differenza riguarda l’ambiente. Alcuni progetti hanno portato primati a vivere in contesti domestici, con una quantità enorme di input umano, mentre altri hanno lavorato in contesti più controllati. Koko ha vissuto in un ambiente di riserva con interazione continua con i caregiver, e questo può favorire l’apprendimento di routine comunicative. Ma sul piano sperimentale introduce variabili difficili da isolare: chi parla, come parla, quando rinforza, cosa considera “corretto”. Qui entra una critica che vale più in generale per la divulgazione: quando si racconta “ha imparato una lingua”, si usa una parola, lingua, che nel senso tecnico include sintassi, produttività e capacità di parlare di assenti, passato, futuro, ipotesi. Molte evidenze sui primati mostrano competenze notevoli, ma non equivalenti al linguaggio umano. Dire questo non è cinismo, è precisione: Koko può aver mostrato comunicazione ricca e intenzionale, senza che questo chiuda la questione della “lingua” in senso stretto.
Che cosa resta oggi: dati, etica e nuove domande sulla cognizione animale
Koko è morta nel sonno il 19 giugno 2018, e con lei si è chiusa la possibilità di raccogliere nuovi dati diretti sul suo comportamento. Resta un archivio di osservazioni, filmati e racconti, ma il valore scientifico di quel materiale dipende dall’accessibilità e dalla qualità dei protocolli. La lezione più utile, oggi, è forse metodologica: per valutare davvero la comprensione, servono test replicabili, criteri di codifica pubblici e, quando possibile, valutatori indipendenti. Nel frattempo, la ricerca sulla cognizione animale ha fatto passi avanti con strumenti diversi: analisi statistiche più solide, protocolli preregistrati, e un’attenzione maggiore al benessere. Con i grandi primati, l’etica è centrale: sono animali sociali, intelligenti, con bisogni complessi. La domanda non è solo “cosa possono fare?”, ma “a quale costo?”, perché un setting sperimentale invasivo può alterare proprio i comportamenti che si vuole studiare. Un aspetto spesso trascurato è l’effetto culturale: Koko è diventata un simbolo, e i simboli polarizzano. Da una parte c’è chi vede in lei la prova che il confine tra umano e non umano sia molto più sottile. Dall’altra c’è chi teme che l’interpretazione eccessiva trasformi la scienza in storytelling. La posizione più onesta sta nel mezzo: riconoscere che Koko ha mostrato abilità comunicative fuori dal comune per un gorilla, e ammettere che “fuori dal comune” non equivale automaticamente a “linguaggio umano”. Se oggi un laboratorio volesse affrontare una domanda simile, dovrebbe definire in anticipo cosa conta come nuovo segno, come si misura la comprensione senza suggerimenti, e come si distinguono richieste strumentali da riferimenti descrittivi. Koko, nel bene e nel male, ha costretto la comunità scientifica e il pubblico a confrontarsi con la stessa domanda: quanto siamo pronti a riconoscere competenze mentali complesse negli altri animali, senza proiettare su di loro le nostre aspettative?
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