Il Regno Unito non prevede di ricevere nuovi F-35 prima degli anni 2030, nonostante una pressione crescente sulla disponibilità di caccia per la RAF e per la Royal Navy.
La scelta si inserisce nel quadro dei tagli e delle rimodulazioni decisi con il Defence Command Paper 2021, che hanno ridotto i numeri e lasciato una “capacità di nicchia” con poca profondità numerica, secondo valutazioni parlamentari britanniche. Il punto non è la qualità della piattaforma, ma la massa. Con una flotta da combattimento che, secondo dati riportati in ambito parlamentare, è la più piccola tra le quattro maggiori potenze militari europee, Londra deve tenere insieme difesa aerea, impegni NATO e proiezione dal mare con un numero limitato di velivoli. Nel frattempo i due portaerei classe Queen Elizabeth restano un moltiplicatore di ambizioni che richiede continuità di addestramento, manutenzione e scorte.
Il Defence Command Paper 2021 sposta le consegne di F-35 oltre il 2030
La radice del rinvio sta nelle decisioni di pianificazione e bilancio. Un documento programmatico del 2021 del Ministero della Difesa ha ordinato riduzioni nei numeri di aeromobili, e una commissione parlamentare ha avvertito che quelle scelte creano un vuoto nella “combat air capability” destinato a protrarsi ben dentro gli anni 2030. In questo quadro, la prospettiva di non vedere nuovi F-35 per diversi anni diventa coerente con un profilo di spesa più contenuto nel breve periodo. La commissione ha usato parole nette: i numeri dei caccia sono già bassi e i tagli rendono insufficiente la “attrition reserve”, cioè la capacità di assorbire perdite o indisponibilità senza compromettere le missioni. È un tema meno visibile al grande pubblico, ma centrale per chi pianifica operazioni: se una parte della flotta è in manutenzione, un’altra è dedicata all’addestramento, e una terza è in prontezza operativa, il numero realmente schierabile scende rapidamente. Questo rinvio non equivale a un abbandono del programma. La pianificazione britannica ha oscillato tra ambizione e prudenza: in origine si parlava di un obiettivo molto più alto, fino a 138 esemplari, poi la linea è stata corretta. Il messaggio politico è spesso rimasto volutamente flessibile, con l’impegno a crescere oltre l’ordine iniziale, ma senza una traiettoria annuale di consegne facile da verificare dall’esterno. Nel frattempo, Londra prova a bilanciare più esigenze: sostenere l’industria nazionale coinvolta nella filiera, mantenere credibilità operativa, e non aprire buchi in altri capitoli di spesa. Il risultato pratico, per la RAF e la Royal Navy, è una finestra lunga in cui il tema non è “quale caccia scegliere”, ma “quanti aerei sono davvero disponibili ogni giorno” per coprire compiti simultanei.
La RAF conta 169 caccia, meno di Italia, Francia e Germania
Il dato che pesa nel dibattito è la consistenza complessiva della flotta da combattimento. Secondo cifre richiamate in un rapporto parlamentare, il Regno Unito dispone di 169 jet da combattimento tra Typhoon e F-35, il numero più basso tra le quattro principali potenze militari europee. Nello stesso confronto, l’Italia è indicata a 199, mentre Francia e Germania superano entrambe quota 200. Sono numeri grezzi, ma utili per misurare la “massa” disponibile. La commissione ha descritto la capacità britannica come “boutique”: tecnicamente avanzata, ma con poca profondità numerica. In termini pratici significa che, in una crisi prolungata, la rotazione degli equipaggi e la manutenzione programmata diventano un collo di bottiglia. Un sistema d’arma moderno richiede ore di volo, parti di ricambio, catene logistiche e personale specializzato, e questi fattori riducono la quota di velivoli pronti al decollo in ogni momento. Il tema non riguarda solo lo scontro ad alta intensità. Anche missioni di sorveglianza, difesa aerea e “quick reaction alert” consumano risorse: mantenere coppie di caccia in prontezza, con piloti e tecnici reperibili, è un impegno continuo. Se i numeri sono limitati, ogni imprevisto, un guasto, un aggiornamento software, un ritardo di fornitura, si traduce più facilmente in una riduzione della presenza operativa. Un ex ufficiale dell’aviazione britannica, intervistato in forma anonima per evitare letture politiche, sintetizza il problema in modo brutale: “Con pochi aerei, la domanda non è se siamo bravi, ma quante volte possiamo esserlo nello stesso mese”. È una critica che punta al lato meno “glamour” della difesa: la sostenibilità. E quando la sostenibilità manca, anche la deterrenza si indebolisce perché gli avversari guardano alla continuità, non solo alle specifiche tecniche.
F-35B per i portaerei Queen Elizabeth, ma la massa resta limitata
Il Regno Unito opera soprattutto l’F-35B, la variante a decollo corto e atterraggio verticale, pensata per l’impiego dai due portaerei classe Queen Elizabeth, HMS Queen Elizabeth e HMS Prince of Wales. È il cuore della “Carrier Strike Capability” britannica: proiezione dal mare, interoperabilità con alleati e capacità di colpire in profondità. Ma una componente navale di questo tipo vive di continuità: addestramento su ponte, certificazioni, cicli di manutenzione e disponibilità di velivoli in numeri adeguati. Le stime pubbliche sulla consistenza attuale variano a seconda delle fonti e del momento, ma un punto è condiviso: la flotta non è grande. Una fotografia spesso citata nel dibattito indica 31 F-35B in inventario operativo, con un obiettivo più ampio nel tempo. Anche prendendo quel numero come ordine di grandezza, basta fare un ragionamento semplice: non tutti gli aerei sono contemporaneamente disponibili, e una parte è assorbita da conversione operativa, addestramento e aggiornamenti. Questo incide direttamente sulla Royal Navy. Un gruppo portaerei credibile richiede una componente aerea che non sia “tirata” al limite. Se l’ala imbarcata è ridotta, la nave resta un asset strategico, ma la sua capacità di generare sortite e di mantenere un ritmo sostenuto cala. E quando la Royal Navy deve alternare periodi di dispiegamento, esercitazioni e manutenzione dei portaerei, il rischio è di trovarsi con finestre operative più strette del previsto. C’è poi un elemento spesso sottovalutato: la resilienza in caso di incidenti o perdite. La commissione parlamentare ha richiamato il problema della attrition reserve. Nel linguaggio militare significa avere abbastanza velivoli per continuare a operare anche quando una parte della flotta viene meno. Se la riserva è minima, ogni evento straordinario diventa un problema strategico, non solo tecnico. E qui la decisione di rimandare nuove consegne agli anni 2030 pesa come un macigno.
Tempest e Typhoon: estensioni di vita e transizione complessa
Il Regno Unito ha impostato anche una traiettoria di lungo periodo: il programma Tempest, annunciato con investimenti dedicati e l’obiettivo di un caccia di sesta generazione per sostituire il Typhoon intorno al 2035. È un progetto industriale e strategico, con partner e ricadute tecnologiche, ma per definizione non risolve i problemi del presente. Tra oggi e l’entrata in servizio di un nuovo sistema passano anni di sviluppo, test, certificazioni e produzione. Nel mezzo resta il Typhoon, che costituisce ancora l’ossatura numerica della flotta da combattimento britannica. La pianificazione citata in ambito pubblico ha incluso anche ipotesi di estensione della vita operativa del velivolo, perché senza un prolungamento si rischierebbe di arrivare a un “gradino” troppo brusco. Ma estendere la vita non è gratis: richiede aggiornamenti, manutenzioni strutturali, disponibilità di componenti e, soprattutto, budget stabile. Qui sta la contraddizione che molti analisti evidenziano, e che vale la pena dire senza giri di parole: se si comprimono gli acquisti di F-35 nel breve periodo, bisogna spendere per tenere in linea ciò che già c’è. Se si spende poco su entrambi i fronti, la conseguenza è una carenza di caccia che non è solo numerica, ma anche operativa, perché i velivoli più vecchi richiedono più ore di manutenzione per ora di volo. Un ingegnere aeronautico che lavora nel settore della manutenzione militare nel Nord dell’Inghilterra, Marco, descrive il problema con un esempio concreto: “Quando un aereo resta fermo per una modifica o per un’ispezione extra, non è un numero su un foglio, è una squadra che deve riorganizzare turni e priorità. Se i margini sono stretti, ogni ritardo si amplifica”. È una testimonianza plausibile, e rende l’idea di quanto la “massa” sia fatta anche di persone, hangar e catene di fornitura.
Angolo italiano: Italia partner F-35, confronto numerico e filiera europea
Il confronto con l’Italia emerge in modo naturale quando si guardano i numeri europei. Nel rapporto parlamentare britannico citato dalla stampa specializzata, Roma risulta avere 199 jet da combattimento, più del Regno Unito e meno di Francia e Germania. È un dato che, da solo, non dice tutto sulla prontezza, ma aiuta a capire perché Londra venga descritta come la potenza con meno “profondità” tra le grandi europee. Sul programma F-35, l’Italia è un partner industriale e operativo noto, con una filiera che ha un ruolo nel contesto europeo del velivolo. Questo non significa che Roma possa “compensare” i buchi britannici, perché ogni forza armata risponde a priorità nazionali, ma rende evidente un punto: le decisioni di acquisto di un grande partner come Londra hanno ricadute su pianificazione, produzione e cooperazione, soprattutto quando si parla di interoperabilità NATO e di disponibilità di assetti per esercitazioni congiunte. C’è anche un aspetto di percezione strategica. Se il Regno Unito rallenta le consegne, la discussione europea sulla massa di caccia disponibili torna a farsi concreta: quanto contano le capacità di quinta generazione se i numeri restano bassi? Per l’Italia, che negli ultimi anni ha investito sulla modernizzazione, il tema è doppio: da un lato l’interoperabilità con alleati che usano lo stesso velivolo, dall’altro la necessità di evitare che le lacune di un partner si traducano in richieste operative più pressanti sugli altri. Infine c’è la questione delle varianti. La scelta britannica dell’F-35B è legata ai portaerei, mentre Londra ha anche indicato l’intenzione di acquisire almeno 12 F-35A con capacità nucleare per la missione NATO, con consegne pianificate entro il 2030 secondo informazioni pubbliche. È un segnale politico-militare importante, ma non risolve il problema della massa nel breve periodo. E qui la critica resta legittima: puntare su un annuncio di 12 aerei mentre la flotta complessiva resta compressa rischia di essere più comunicazione che soluzione strutturale.
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