140 caccia, 2 modelli Gripen E e F-35, costi più bassi per la flotta canadese: il piano inatteso che sorprende gli esperti

140 caccia, 2 modelli Gripen E e F-35, costi più bassi per la flotta canadese: il piano inatteso che sorprende gli esperti

Ottawa sta valutando un salto di scala per la propria componente da combattimento, superando il piano originario da 88 velivoli e puntando a una flotta che, secondo fonti industriali e governative a conoscenza dei colloqui, potrebbe arrivare “facilmente” a 140 caccia o oltre.

L’idea che circola nei dossier è una soluzione mista, con una quota significativa di F-35 statunitensi affiancata da un numero elevato di Gripen E svedesi, con produzione e supporto logistico radicati in Canada. Il ragionamento è pratico: da un lato, l’F-35 resta il fulcro tecnologico su cui l’aeronautica canadese ha impostato l’integrazione con alleati e sistemi; dall’altro, il Gripen viene presentato come opzione più “sobria” per contenere costi operativi e aumentare la massa numerica disponibile per pattugliamento, prontezza e compiti quotidiani. Sullo sfondo c’è una revisione politica dell’acquisto F-35 avviata nel 2025, in un clima di frizioni diplomatiche e commerciali con Washington, e una partita industriale che Ottawa vuole usare per rilanciare l’economia colpita dai dazi.

Ottawa rivede l’ordine da 88 e apre alla flotta mista

Il punto di partenza è noto: il programma canadese era impostato su 88 caccia di nuova generazione. Ora, dentro e fuori il governo, si parla di un ampliamento che andrebbe oltre la semplice sostituzione della flotta esistente, con l’obiettivo di aumentare la disponibilità di velivoli per più teatri e più missioni. Le discussioni descrivono una combinazione tra Lockheed Martin e Saab, con un totale che potrebbe superare quota 140 caccia, un numero che cambierebbe il profilo operativo della forza aerea. Qui entra la politica, e non solo la tecnica. La revisione dell’acquisto F-35 è stata avviata nel 2025 dopo tensioni diplomatiche e commerciali con l’amministrazione Trump, un contesto che ha rimesso al centro un tema spesso laterale nei dibattiti militari: la sovranità industriale e la dipendenza da catene di fornitura estere. Se ti sembra un dettaglio, prova a immaginare la differenza tra avere manutenzione e pezzi di ricambio “in casa” e doverli negoziare in un momento di crisi politica. Nel modello che circola nei colloqui, Ottawa manterrebbe comunque una quota importante di F-35, con un intervallo citato tra 72 e 88 velivoli, mentre esplora l’acquisto di 72 Gripen. La somma porta dritto alla soglia dei 140 e spiega la logica: non è un ripensamento totale, è un tentativo di bilanciare capacità specialistiche e numeri. Il rovescio della medaglia è che una flotta mista pu aumentare complessità e costi di gestione, perché raddoppia linee di addestramento, scorte e procedure. Dentro le forze armate, secondo quanto emerge dal dibattito pubblico, non mancano riserve. Una parte dell’apparato militare è legata all’idea di una flotta omogenea, più semplice da sostenere e più coerente con l’integrazione con gli Stati Uniti. D’altra parte, l’indirizzo politico insiste sul fatto che la spesa militare debba anche rafforzare il tessuto industriale nazionale. È un classico braccio di ferro del procurement: efficienza operativa contro ritorni industriali, con la diplomazia che fa da acceleratore o da freno.

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F-35B del Corpo dei Marines degli Stati Uniti
F-35B del Corpo dei Marines degli Stati Uniti

Saab propone Gripen E prodotto in Canada e manutenzione nazionale

Il cuore della proposta svedese è industriale prima ancora che aeronautico. Saab sta affinando un piano d’impresa che prevede la costruzione dei Gripen E in Canada, con una filiera che potrebbe appoggiarsi a infrastrutture e fornitori legati a un altro programma: la produzione del velivolo di sorveglianza GlobalEye. L’idea, in termini concreti, è non partire da zero, ma usare una catena di fornitura già impostata come “primo passo” verso un progetto più grande. Nei colloqui si parla di un potenziale impatto occupazionale fino a 9.000 posti di lavoro, presentato come il più grande progetto industriale della difesa in Canada. Qui serve freddezza: i numeri occupazionali nelle commesse militari sono spesso stime massime, dipendono da quanto lavoro resta davvero sul territorio e da quante attività vengono esternalizzate. Ma politicamente contano, perché permettono di vendere l’operazione come investimento e non solo come spesa. Un altro punto ricorrente è la promessa di svolgere in Canada l’intero ciclo di manutenzione e supporto logistico del Gripen, con la costruzione di una base industriale dedicata. Per Ottawa, questo significa poter rivendicare margini di autonomia su disponibilità e tempi di riparazione. Per chi critica, è anche un modo per ridurre l’esposizione a vincoli e autorizzazioni estere nei momenti in cui la politica internazionale si irrigidisce. Saab insiste anche sulla rapidità di aggiornamento del proprio modello, sostenendo che la tecnologia del Gripen E possa essere migliorata con continuità. È un messaggio mirato a un punto sensibile: la longevità dei programmi aeronautici e la difficoltà di mantenere attuali piattaforme acquistate oggi e destinate a restare in servizio per decenni. Detto in modo semplice, si vende l’idea di un caccia meno “monolitico” e più adattabile, anche se la verifica reale dipende da contratti, accesso a software e catene di certificazione.

F-35, costi operativi e prontezza: il nodo del bilancio canadese

L’F-35 resta una componente centrale del budget e della pianificazione, anche nel quadro di una flotta mista. Il Canada ha già un percorso contrattuale avviato, e nel dibattito pubblico si ricorda che esistono obblighi e tempi di consegna che rendono difficile un taglio netto. Il punto, per Ottawa, non è solo “quale caccia è migliore”, ma quanto costa mantenerlo disponibile giorno per giorno, con personale, hangar, ricambi e ore di volo. Nel confronto mediatico tra i due velivoli, tornano spesso due indicatori: prontezza e costo per ora di volo. Commentatori e analisti citano un tasso di prontezza intorno all’80% per il Gripen e circa 50% per l’F-35, numeri che vanno presi con cautela perché dipendono da definizioni, periodi e contesti operativi. Ma la discussione esiste perché la prontezza, per un Paese con grandi spazi e obblighi di sorveglianza, non è un dettaglio: se metà flotta è a terra, la “massa” sulla carta non coincide con quella in linea. La stessa cosa vale per i costi operativi. Nel dibattito critico sull’F-35 si sottolineano esigenze manutentive più onerose e infrastrutture dedicate. Qui la propaganda pu infilarsi facilmente, da entrambe le parti: chi vuole l’F-35 tende a minimizzare i costi come prezzo inevitabile per capacità avanzate; chi spinge per alternative tende a trasformare ogni problema in un fallimento strutturale. Il fatto verificabile, nel quadro canadese, è che Ottawa sta cercando un modo per aumentare i numeri senza far esplodere la spesa corrente. Per rendere leggibile la logica di flotta mista, ecco come vengono presentati i due ruoli: un nucleo di F-35 per compiti ad alta specializzazione e interoperabilità, e un volume di Gripen E per missioni di pattugliamento e presenza, dove conta la continuità della disponibilità. È una scelta che altri Paesi osservano con attenzione, ma che porta con sé un costo nascosto: due linee logistiche, due percorsi addestrativi, due catene di aggiornamento. Se non è gestita bene, la “soluzione” rischia di trasformarsi in burocrazia volante.

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Gripen E Fighter
Gripen E Fighter

Sondaggi e consenso: 72% favorevole al Gripen nella flotta

La dimensione politica non si esaurisce nel rapporto con Washington o nei ritorni industriali. Un sondaggio citato nel dibattito canadese indica che il 72% degli intervistati preferirebbe incorporare il Gripen nella flotta: il 43% vorrebbe passare al Gripen per gli acquisti futuri, il 29% sceglierebbe una flotta mista, mentre solo il 13% manterrebbe l’F-35 come caccia principale. Non è un voto parlamentare, ma segnala che l’idea di diversificare ha presa nell’opinione pubblica. Perché questo conta? Perché i programmi di caccia sono tra le spese più visibili e contestate, e ogni governo sa che un’ondata di critiche pu trasformare un acquisto tecnico in un caso nazionale. Il messaggio “più aerei, meno spese” è intuitivo e politicamente spendibile, anche se la realtà è più complessa. E qui sta la prima critica da fare: i sondaggi misurano percezioni, non cicli di manutenzione né vincoli di interoperabilità. Nel dibattito compaiono anche accuse incrociate di valutazioni “orientate” a favore dell’uno o dell’altro velivolo. È un terreno scivoloso: quando un’analisi viene percepita come costruita per far vincere un candidato, la fiducia crolla e la discussione diventa identitaria. Da una parte c’è chi sostiene che l’F-35 sia favorito per ragioni di prestigio e integrazione con gli Stati Uniti; dall’altra c’è chi difende l’F-35 come scelta coerente con alleanze e standard. La verità utile, per chi legge, è che il procurement militare raramente è “puro”, perché incrocia strategia, industria e diplomazia. Per un sito che segue storia militare e armamenti, vale la pena fare un passo indietro: le flotte miste non sono una novità assoluta, ma funzionano solo se i compiti sono separati con disciplina e se la catena logistica è progettata per reggere l’attrito quotidiano. Se il Canada sceglie davvero la strada dei 140 caccia, dovrà spiegare non solo “quali” velivoli compra, ma “come” li rende disponibili in modo credibile, senza inseguire slogan.

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Numeri, industria e rischi: cosa cambia con oltre 140 caccia

Portare la flotta oltre i 140 velivoli significherebbe un cambio di postura: più cellule disponibili per rotazioni, addestramento, prontezza e missioni simultanee. Per un Paese con obblighi di difesa dello spazio aereo e impegni con alleanze, la quantità torna a pesare, soprattutto quando la disponibilità effettiva è inferiore al numero nominale. Ma non confondere quantità con potenza: la vera domanda è quante sortite sostenibili puoi generare, per settimane, con personale e manutenzione reali. Nel disegno che circola, la ripartizione ipotizzata è chiara: 72 Gripen più 72-88 F-35. Metto i dati in tabella perché qui i numeri sono comparabili e aiutano a capire la scala del progetto.

ElementoScenario citatoNota operativa
Piano iniziale88 cacciaImpostazione originaria del programma
F-35 in flotta mista72-88Nucleo ad alta specializzazione
Gripen E in flotta mista72Produzione e supporto in Canada proposti
Totale potenziale144-160Oltre la soglia dei 140
Impatto occupazionale stimatofino a 9.000 postiStima legata al progetto industriale

Il vantaggio industriale, se realizzato, sarebbe rilevante: costruzione, manutenzione e filiera locale possono creare competenze e capacità esportabili. Il rischio è altrettanto concreto: promesse industriali che si scontrano con tempi lunghi, costi in aumento e compromessi contrattuali. E c’è un altro punto che spesso viene sottovalutato: una filiera nazionale funziona solo se c’è continuità di ordini e se il personale resta formato, altrimenti si crea un picco di lavoro seguito da un vuoto. Infine, una nota di metodo, perché qui la propaganda pu fare danni: presentare il Gripen come “basso costo” non significa automaticamente “basso costo totale” in una flotta mista, dove duplicazioni e integrazioni possono mangiarsi parte dei risparmi. Allo stesso modo, descrivere l’F-35 come “troppo caro” senza considerare i vincoli di interoperabilità e gli impegni già presi semplifica troppo. Se Ottawa andrà davvero verso una flotta mista, la partita si giocherà su contratti di supporto, trasferimenti industriali verificabili e sulla capacità di trasformare numeri sulla carta in prontezza misurabile.

Fonti : Military Watch Magazine

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