La Russia inizia a usare in Ucraina nuovi droni d’attacco dotati di intelligenza artificiale

La Russia inizia a usare in Ucraina nuovi droni d’attacco dotati di intelligenza artificiale

La Russia ha iniziato a impiegare in Ucraina un nuovo tipo di drone d’attacco, indicato dall’intelligence militare ucraina come Geran-5, con caratteristiche che puntano a rendere più complessa l’intercettazione.

Il dato che cambia la partita è la velocità: un profilo a reazione capace, secondo le informazioni diffuse da Kiev, di arrivare fino a 500 km/h, oltre la soglia operativa di molti droni intercettori usati finora. Nel racconto pubblico, a questo salto prestazionale si accompagna il tema dell’intelligenza artificiale. Qui serve prudenza, perché tra “guida avanzata”, componenti commerciali e reale autonomia decisionale c’è un confine tecnico e politico netto. La guerra dei droni d’attacco resta un confronto tra produzione di massa, guerra elettronica e difese aeree con munizioni limitate, con un impatto diretto sulle città e sulle infrastrutture energetiche.

HUR ucraina attribuisce al Geran-5 un motore a reazione

La prima notizia che emerge dai resoconti ucraini è l’impiego operativo del Geran-5 in attacchi contro l’Ucraina, descritto come un’evoluzione della famiglia Geran sviluppata in Russia a partire da concetti già visti nei droni di matrice iraniana. La differenza dichiarata è la propulsione: non più solo elica come nel Geran-2, ma un motore a reazione, citato come Telefly, con spinta superiore rispetto a modelli precedenti. Le dimensioni riportate aiutano a capire la categoria del mezzo: circa 6 metri di lunghezza e 5,5 metri di apertura alare. Non si parla quindi di un piccolo FPV, ma di un sistema pensato per attraversare distanze significative e colpire obiettivi fissi o semi-fissi. La configurazione aerodinamica viene descritta come “convenzionale”, un dettaglio che suggerisce scelte orientate a stabilità e affidabilità più che a manovre estreme. Dal punto di vista della difesa, il punto critico è la combinazione di velocità e profilo di volo. Le autorità ucraine collegano l’aumento di droni a reazione a una pressione sulle scorte di missili antiaerei: un drone più veloce e più difficile da ingaggiare con armi leggere costringe spesso a usare intercettori più costosi e meno disponibili. È una dinamica che non riguarda solo il singolo abbattimento, ma la sostenibilità di settimane e mesi di attacchi ripetuti. Un altro elemento citato è la continuità degli impieghi. L’Aeronautica ucraina ha descritto l’uso di droni a reazione come quasi ininterrotto, giorno e notte, insieme ad altri UAV kamikaze. In pratica, non si tratta solo di “ondate” occasionali: la pressione può diventare costante, con effetti su radar, turni di operatori, logistica dei sistemi di difesa e, in ultima analisi, sulla vita quotidiana nelle aree colpite.

Velocità fino a 500 km/h, i droni intercettori ucraini restano indietro

Il parametro più citato è la velocità massima: fino a 500 km/h per i droni a reazione impiegati dalla Russia, secondo dichiarazioni ucraine. Questo valore va letto in rapporto alle capacità dei droni intercettori più diffusi sul fronte: l’Aeronautica ucraina ha indicato un limite attorno ai 300 km/h per molte soluzioni di intercettazione basate su droni, nate per inseguire bersagli più lenti. Quando la velocità del bersaglio supera quella dell’inseguitore, l’intercettazione con droni diventa un’eccezione, non una regola. Per questo Kiev segnala che non ci si può più affidare, almeno non da soli, ai gruppi di fuoco mobili e agli intercettori anti-drone. In concreto significa più stress su missili terra-aria e artiglieria contraerea, con un costo per ingaggio che sale e con un rischio maggiore di “selezione” degli obiettivi da difendere. La Russia, da parte sua, sembra puntare proprio su questo: saturare e consumare risorse. Se un drone relativamente economico costringe a spendere un missile più caro, l’operazione diventa una strategia di logoramento. Non è un ragionamento teorico: le autorità ucraine e vari osservatori hanno descritto il problema delle quantità limitate di missili disponibili per intercettare attacchi ripetuti. In questo contesto, anche le differenze tra modelli contano. La stessa intelligence ucraina aveva già diffuso dettagli sul Geran-3, descritto con un motore turbojet capace di arrivare a circa 370 km/h e con un’autonomia indicata in 1.000 km. Il passaggio a un sistema dichiarato fino a 500 km/h spinge ulteriormente la difesa a rivedere tattiche e priorità, perché riduce i tempi di reazione e restringe le finestre di ingaggio.

Guida “IA” e componenti: tra dichiarazioni e verifiche sul campo

Il tema dei droni intelligenza artificiale è diventato centrale nella comunicazione di guerra, ma va trattato con rigore. Nelle informazioni diffuse da Kiev sui Geran compaiono elementi come un sistema di navigazione satellitare Cometa a 12 canali e un localizzatore basato su microcomputer Raspberry Pi con modem 3G/4G. Sono dettagli tecnici importanti, perché indicano una catena di guida che può combinare GNSS, comunicazioni e calcolo a bordo. Detto questo, la presenza di un microcomputer o di un software di guida non equivale automaticamente a “IA” nel senso forte del termine, cioè capacità di riconoscere obiettivi complessi e prendere decisioni autonome in ambienti contestati. Nel linguaggio corrente, “IA” può significare anche funzioni più limitate, per esempio correzione della rotta, stabilizzazione, selezione di waypoint, o algoritmi di resilienza contro disturbi, senza arrivare a un vero riconoscimento visivo affidabile. La distinzione è cruciale anche per valutare la propaganda. Mosca e Kiev hanno entrambe interesse a presentare i sistemi come più avanzati: la Russia per intimidire e dimostrare superiorità tecnologica, l’Ucraina per mobilitare sostegno e spiegare l’aumento delle difficoltà difensive. Il dato verificabile, per ora, resta soprattutto l’evoluzione della propulsione, dei profili di volo e della pressione sulle difese, più che una dimostrazione pubblica e replicabile di autonomia “intelligente” in senso pieno. Un criterio pratico per capire cosa sia davvero in gioco è guardare agli effetti: se i droni mantengono la rotta nonostante disturbi, se cambiano profilo per evitare zone di difesa, se arrivano con maggiore regolarità sugli obiettivi. Su questi punti, le fonti disponibili parlano di difficoltà crescenti di intercettazione e di un ricorso più frequente a missili. Ma attribuire ogni salto di efficacia a IA sarebbe una semplificazione: spesso contano di più velocità, quota, numeri e coordinamento degli attacchi.

Ucraina risponde con droni anti-drone e guerra elettronica

L’Ucraina non è ferma. Negli ultimi mesi ha rivendicato progressi rapidi tra guerra elettronica e sviluppo di droni intercettori, piccoli e relativamente economici, caricati di esplosivo e progettati per inseguire e colpire i droni russi in volo. Il punto, per Kiev, è sostituire parte degli ingaggi “costosi” con soluzioni a basso costo unitario, mantenendo la capacità di difesa anche quando le scorte di missili sono sotto pressione. Nel racconto mediatico ucraino compaiono nomi di progetti e famiglie di droni come Sting, Octopus-100, Sokyra, Strila, citati come esempi di un ecosistema che include startup, fondazioni e istituti di ricerca. Non è solo tecnologia, è organizzazione: filiere di produzione, addestramento di operatori, procedure di ingaggio, integrazione con radar e osservatori. La credibilità di questo sforzo è legata a un fatto riportato da più analisi: una quota significativa di attacchi sarebbe stata neutralizzata grazie a sistemi più economici rispetto ai missili tradizionali. La guerra elettronica resta l’altro pilastro. Disturbare segnali radio e satellitari può degradare la precisione o far fallire una missione. Ma l’evoluzione dei droni, inclusi quelli con comunicazioni cellulari o profili di volo più rapidi, rende il duello più complesso. Se un drone arriva più in fretta sull’obiettivo e riduce il tempo utile per disturbare o intercettare, la difesa deve anticipare l’ingaggio o aumentare la densità di sensori e sistemi. Qui entra anche l’uso dell'”IA” lato ucraino. Kiev ha annunciato l’avvio di una produzione su larga scala di droni con guida basata su intelligenza artificiale, soprattutto nel segmento FPV, descritti come un passo avanti nella capacità di inseguimento e ingaggio. Ancora una volta, la parola va pesata: spesso si tratta di assistenza alla guida o riconoscimento semplificato, utile a compensare disturbi e stress dell’operatore. Il risultato operativo, più che lo slogan, è la metrica che interessa: quanti droni vengono intercettati, con quali costi e con quale continuità.

Impatto strategico e ricadute europee: costi, scorte e difesa aerea

L’aumento di droni russi più veloci si inserisce in un quadro quantitativo già enorme. Dati diffusi dalla presidenza ucraina indicano che, nell’ultimo inverno, la Russia avrebbe lanciato oltre 19.000 droni d’attacco, oltre a migliaia di bombe guidate e centinaia di missili. A gennaio, secondo le stesse dichiarazioni, si sarebbe arrivati a oltre 140 droni al giorno. Numeri di questo tipo spiegano perché ogni punto percentuale di efficacia difensiva diventa decisivo. Per l’Europa, la lezione non è astratta. L’uso massiccio di droni, la necessità di radar a corto raggio, munizioni a basso costo e sistemi di comando rapidi sono temi che entrano nelle discussioni sulla difesa aerea del continente. Anche la NATO ha segnalato un aumento di incidenti legati ai droni lungo il fianco orientale, in aria e in mare, un contesto che spinge gli alleati a ragionare su procedure, interoperabilità e prontezza. Un altro elemento riguarda la “guerra dei corridoi” contro le difese. Un’unità ucraina specializzata in sistemi senza pilota ha affermato di aver aperto un corridoio nel sistema di difesa aerea russo verso Mosca, colpendo in modo sistematico radar in aree come Bryansk. È un esempio utile per capire che la partita non è solo abbattere droni, ma anche degradare i sensori avversari. Se questo schema si consolida, la risposta russa può includere più difese stratificate e, sul fronte ucraino, più droni d’attacco ad alta velocità per ridurre le possibilità di reazione. L’angolo italiano, verificabile, passa soprattutto dal dibattito europeo sulla protezione delle infrastrutture critiche e sulla disponibilità di intercettori. L’Italia partecipa a programmi e iniziative di difesa aerea in ambito NATO e UE, e osserva un conflitto dove la disponibilità di munizioni e la produzione industriale contano quanto la tecnologia. La comparsa di sistemi come il Geran-5, presentati con capacità avanzate e impiegati in massa, rende più urgente una discussione pubblica su scorte, sensori e contromisure, senza trasformare l’innovazione bellica in spettacolo.

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