Il Pentagono ha portato nel deserto del New Mexico una dimostrazione pubblicamente rilevante di armi laser e sistemi a energia diretta, con un obiettivo dichiarato: colpire minacce aeree leggere, in particolare i droni.
La prova si è svolta al poligono di White Sands, un’area storicamente usata dagli Stati Uniti per test missilistici e tecnologie sperimentali, oggi sempre più associata anche a soluzioni per la difesa a corto raggio. In tribuna c’erano il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il responsabile per ricerca e ingegneria del Dipartimento della Difesa, Emil Michael. Secondo quanto riportato da osservatori specializzati, è la prima volta nota in cui un segretario alla Difesa in carica assiste personalmente a un tiro reale di un’arma a energia diretta. Il messaggio politico è chiaro, ma la domanda resta tecnica: quanto questi sistemi sono pronti per un impiego diffuso, fuori dal contesto controllato di un test?
Hegseth e Emil Michael assistono ai tiri al poligono White Sands
La presenza di Pete Hegseth a White Sands non è un dettaglio di protocollo. Nel linguaggio del Pentagono, far vedere al vertice politico una capacità in azione significa spingere su priorità, finanziamenti e tempi di adozione. In questo caso, la dimostrazione ha messo insieme laser ad alta energia e microonde ad alta potenza, due famiglie tecnologiche spesso citate come alternative, o complemento, ai missili intercettori tradizionali nella difesa “a strati”. Un funzionario senior del Dipartimento della Difesa, citato da media statunitensi, ha sostenuto che i test hanno “confermato” la capacità dei sistemi a energia diretta, in particolare dei laser ad alta energia, di sconfiggere minacce “ad alta densità” e “altamente proliferate”. Tradotto, l’idea è reggere l’urto di attacchi con tanti bersagli economici e numerosi, come sciami di droni o munizioni circuitanti. È un argomento ricorrente, ma va maneggiato con cautela: una dimostrazione non equivale a una campagna operativa. Nel racconto ufficiale, il punto forte è la logica del “caricatore”: con un laser non sei limitato dal numero di missili pronti al lancio, ma dalla potenza disponibile e dal raffreddamento, oltre che dalle condizioni atmosferiche. Qui entra la parte meno “da conferenza stampa”: polvere, turbolenza termica, pioggia o foschia possono degradare un fascio laser. A White Sands il contesto è favorevole, clima secco e visibilità spesso ottima, quindi il risultato va letto per quello che è, un test in ambiente controllato. Il Pentagono sta anche cercando di rendere il tema più “industriale” e meno sperimentale. Emil Michael ha parlato di un aumento degli investimenti per “scalare” queste tecnologie e di un lavoro diretto su manifatturabilità, affidabilità e integrazione, tre aree che in passato hanno rallentato il passaggio dal prototipo alla linea. Detto in modo semplice, non basta abbattere un drone una volta, bisogna farlo ogni giorno, con manutenzione sostenibile, pezzi di ricambio e addestramento standard.
AMP-HEL, DE-MSHORAD e IFPC-HEL: i laser da 20, 50 e 300 kW
Tra i sistemi mostrati durante la dimostrazione, le ricostruzioni citano l’Army Multi-Purpose High Energy Laser (AMP-HEL), associato a un sistema da 20 kW basato sul LOCUST di AeroVironment. La potenza in kilowatt è uno degli indicatori più immediati, ma non è l’unico: contano anche qualità del fascio, stabilizzazione, sensori di puntamento e tempi di ingaggio. Nel contesto anti-drone, un 20 kW può essere pensato per bersagli piccoli e relativamente vicini, con ingaggi che privilegiano precisione e rapidità. È stato menzionato anche il DE-MSHORAD, nella “versione P5”, un sistema laser da 50 kW associato a nLight. Qui si sale di categoria: più energia significa, in linea generale, maggiore capacità di danneggiare strutture e componenti in tempi più brevi, o di lavorare a distanze superiori, sempre nei limiti imposti da meteo e linea di vista. Nel lessico militare, MSHORAD richiama la difesa aerea manovrabile a corto raggio, cioè la protezione di unità in movimento contro minacce rapide e ravvicinate. Il salto più evidente è l’IFPC-HEL di Lockheed Martin, indicato a 300 kW e soprannominato “Valkyrie”. A questi livelli, l’ambizione non è solo il quadricottero commerciale modificato, ma anche bersagli più veloci e resistenti, fino a profili che ricordano droni ad ala fissa e minacce assimilabili, per prestazioni, a vettori subsonici. Qui la narrativa del “colpo economico” diventa più complessa: l’energia elettrica costa meno di un missile, ma la piattaforma che genera e gestisce 300 kW, con raffreddamento e sensori, non è economica né banale da schierare. Per capire l’approccio, aiuta una comparazione pratica. Un intercettore tradizionale offre portata e affidabilità in più condizioni, ma costa molto e ha munizioni finite. Un laser promette costo per ingaggio più basso e continuità, ma chiede energia, manutenzione e condizioni favorevoli. Il Pentagono sta provando a far convivere le due cose in una difesa “a strati”, dove il laser si prende i bersagli più economici e numerosi, lasciando i missili per quelli più difficili o quando l’atmosfera non collabora.
Microonde IFPC-HPM e Coyote BNK: la pista non cinetica contro sciami
Accanto ai laser, la dimostrazione ha incluso sistemi a microonde ad alta potenza, citati come IFPC-HPM basato sul “Leonidas” di Epirus. Il principio è diverso: non si cerca di bruciare o tagliare un punto con un fascio concentrato, ma di disturbare o danneggiare elettronica e sensori, potenzialmente su più bersagli entro un volume. Questo è uno dei motivi per cui le microonde vengono spesso presentate come opzione anti-sciame. È stata citata anche una variante “ad alta potenza” del Coyote di Raytheon, indicata come possibile Block 3 Non-Kinetic (BNK). Qui la terminologia conta: “non cinetico” segnala un effetto che non dipende dall’impatto fisico di un proiettile o di una testata, ma da energia elettromagnetica. In teoria, questo può ridurre rischi di frammentazione e danni collaterali, ma introduce altre incognite, per esempio la sensibilità dei bersagli e la robustezza delle loro schermature. Un punto che spesso passa in secondo piano è l’ambiente elettromagnetico. In un test, puoi controllare frequenze, distanze e interferenze. In un contesto reale, tra comunicazioni amiche, sistemi civili e guerra elettronica avversaria, l’uso di microonde deve essere integrato con regole e procedure per evitare effetti non desiderati. Qui sta la differenza tra “dimostrare che funziona” e “farlo funzionare in sicurezza” quando lo spazio aereo è affollato e le unità devono comunicare. Se vuoi una lettura meno celebrativa, eccola: laser e microonde sono spesso raccontati come soluzioni “quasi infinite”, ma non esiste un’arma senza vincoli. Le microonde richiedono potenza, gestione termica e un’architettura di sensori che identifichi rapidamente i bersagli. Inoltre, la valutazione dei danni è più difficile: un drone può perdere link, recuperare, o cadere lontano. Il Pentagono, con questa demo, sta mostrando una direzione, ma la maturità operativa si misura su mesi di impiego, non su un singolo evento.
Il budget 2027 supera 1,84 miliardi per ricerca su energia diretta
La dimostrazione arriva mentre l’amministrazione statunitense ha inserito nel blueprint di bilancio per l’anno fiscale 2027 oltre 2 miliardi di dollari per ricerca e sviluppo sulle armi a energia diretta. Convertiti al cambio indicato, parliamo di circa 1,84 miliardi . È una cifra che dà la misura dell’interesse: non è ancora un programma di acquisizione di massa, ma è abbastanza grande da spingere industria e forze armate a trattare la tecnologia come qualcosa che deve uscire dalla fase “da laboratorio”. Dentro quel numero, il Pentagono sta cercando di coordinare meglio iniziative che in passato erano frammentate tra esercito, marina e altre componenti. Le ricostruzioni citano un nuovo sforzo chiamato Joint Laser Weapon System (JLWS), avviato l’anno precedente e collegato al progetto di difesa missilistica interna denominato Golden Dome for America. L’obiettivo dichiarato è un ruolo più attivo dell’ufficio di Emil Michael per accelerare transizione e standardizzazione. Qui vale una nota di metodo: “budget blueprint” non significa automaticamente denaro già speso o contratti firmati. Negli Stati Uniti il processo passa da richieste, negoziazioni e approvazioni. Quello che si può dire, senza forzare, è che la cifra proposta rende più credibile un percorso di industrializzazione, perché segnala continuità e volume potenziale. Per i fornitori, significa investire in catene di montaggio, test e certificazioni. Per le forze armate, significa definire dottrina e addestramento. Il tema del costo per ingaggio è centrale nella retorica anti-drone: intercettare un drone economico con un missile costoso è un problema di sostenibilità. Ma attenzione, perché il confronto è spesso semplificato. Un sistema a energia diretta richiede piattaforma, sensori, alimentazione, personale e manutenzione, e deve essere protetto. Il costo “per colpo” può essere basso, ma il costo “per capacità” è alto. La sfida è trovare il punto in cui il pacchetto complessivo conviene davvero, soprattutto se la minaccia evolve e diventa più resistente.
Dall’ONR al contesto europeo: cosa c’entra l’Italia con l’anti-drone
White Sands non è solo esercito. In un test precedente, l’Office of Naval Research della marina statunitense ha descritto l’uso del sistema Layered Laser Defense (LLD) di Lockheed Martin per disabilitare un drone in volo, sempre nella struttura di test per laser ad alta energia del poligono. L’LLD viene presentato come dimostratore multi-dominio, capace di contrastare droni e anche piccole imbarcazioni veloci, con un telescopio ad alta risoluzione per tracciamento e valutazione dei danni. È un esempio utile per capire la direzione: sensori e arma in un unico ciclo rapido. Il collegamento con l’Europa, e con l’Italia, va fatto senza inventare. Non esiste un “programma italiano” citato nei documenti di questa dimostrazione, ma l’esigenza è comune: la minaccia dei droni è diventata quotidiana anche nel continente europeo, tra protezione di basi, infrastrutture critiche e grandi eventi. I programmi europei su difesa aerea a corto raggio e contro-UAS includono sempre più spesso componenti non cinetiche, tra cui jamming e, in alcuni casi, soluzioni a energia diretta in fase di sviluppo industriale. Il punto verificabile è la tendenza, non la partecipazione italiana a White Sands. Per il pubblico italiano, la lezione concreta è operativa: un sistema anti-drone efficace non è solo “l’arma”, ma una catena completa. Serve rilevamento, identificazione, regole d’ingaggio, integrazione con la polizia dell’aria e con la difesa civile. Un laser può essere utile per neutralizzare un bersaglio senza esplosioni, ma richiede linea di vista e un tracciamento stabile. In aree urbane o vicino a aeroporti, la gestione del rischio è più complessa rispetto a un poligono nel deserto. La dimostrazione del Pentagono, letta dal lato europeo, è anche un segnale industriale: gli Stati Uniti stanno mettendo sul tavolo più sistemi contemporaneamente, da 20 kW a 300 kW, e microonde, per coprire scenari diversi. Questo può influenzare standard, interoperabilità e mercato. Per l’Italia, che opera spesso in coalizione, la questione diventa: che cosa si compra, che cosa si integra, e con quali regole. L’anti-drone non è un gadget, è una capacità che va sostenuta nel tempo, e la tecnologia a energia diretta è solo una parte del puzzle.
Fonti
- defence-blog.com
- fastcompany.com
- executivegov.com
- laserwars.net
- unmannedairspace.info

