La Francia avra presto un fucile anti-drone: l’azienda parigina EGIDE sviluppa il suo scudo

La Francia avra presto un fucile anti-drone: l’azienda parigina EGIDE sviluppa il suo scudo

Un’azienda parigina, EGIDE, sta sviluppando per la Francia un fucile anti-drone pensato per contrastare piccoli velivoli senza pilota impiegati per sorveglianza, disturbo o accessi non autorizzati.

Il punto centrale, per come viene presentato, è l’approccio “non letale”: invece di distruggere fisicamente il bersaglio con munizioni tradizionali, l’obiettivo è disabilitare il drone riducendo il rischio di danni collaterali in contesti urbani o vicino a infrastrutture sensibili. Il progetto si inserisce in una tendenza europea più ampia, dove la minaccia dei droni commerciali modificati e dei sistemi improvvisati spinge verso soluzioni di contro-drone a corto raggio, più economiche e dispiegabili in massa rispetto ai missili o ai sistemi di difesa aerea “classici”. Qui la narrazione industriale tende a enfatizzare scalabilità e modularità, ma sul terreno restano domande pratiche: efficacia contro modelli diversi, impatto delle contromisure, vincoli legali sulle emissioni e gestione del rischio quando un drone perde controllo e cade.

EGIDE punta su effettori “scalabili” per la difesa contro-UAV

Nel posizionamento pubblico, EGIDE descrive una transizione da munizionamento “scarso e costoso” verso effettori intelligenti e in rete, progettati per essere impiegati su larga scala. È un lessico che rimanda a un’architettura fatta di sensori distribuiti, software e livelli di intercettazione, più che a una singola arma isolata. In questo quadro, un fucile anti-drone diventa l’ultimo anello, quello della difesa ravvicinata quando un bersaglio è già vicino. La missione dichiarata è la Counter-UAV, cioè la neutralizzazione di droni ostili con sistemi rapidi, economici e dispiegabili. Il tema è concreto: negli ultimi anni i droni a basso costo hanno abbassato la soglia di accesso alla sorveglianza non autorizzata, dalle riprese su siti industriali fino all’osservazione di movimenti di personale. Un dispositivo portatile serve proprio dove non puoi permetterti di schierare radar complessi o batterie dedicate, e dove l’operatore deve reagire in pochi secondi. Qui arriva la prima sfumatura: “scalabile” non significa automaticamente “risolutivo”. Un fucile anti-drone è per definizione un sistema a corto raggio, con una finestra d’ingaggio limitata e dipendente da linea di vista, meteo, addestramento e regole d’ingaggio. Un ex istruttore di sicurezza privata, Marco R., riassume il problema in modo diretto: “Quando il drone è sopra la testa, hai già perso tempo. La differenza la fa l’allerta precoce, non l’ultimo colpo”. È un richiamo alla necessità di integrare sensori e procedure, non solo hardware. EGIDE parla anche di piattaforma “software-defined” con aggiornamenti continui. In teoria, questo approccio può aiutare contro un avversario che cambia frequenze, profili di volo e tecniche di elusione. In pratica, ogni promessa di aggiornamento implica cicli di certificazione, test e compatibilità elettromagnetica, soprattutto se l’arma lavora con emissioni radio. Per la difesa nazionale il tema non è solo la prestazione, ma la sostenibilità nel tempo, dai ricambi alla formazione degli operatori, fino alla catena di approvvigionamento.

Il fucile anti-drone “non letale” e il modello dei jammer portatili

Le informazioni disponibili indicano un orientamento “non letale”, concetto che nel settore spesso coincide con la neutralizzazione tramite disturbo o interruzione del collegamento tra drone e operatore. Un riferimento utile, per capire la logica, è la famiglia di fucili-jammer già vista in altri Paesi, come il Kalashnikov REX 1, descritto come capace di sopprimere segnali GSM e di far perdere al drone la connessione, con esiti che dipendono dal modello, dall’età e dalle funzioni di sicurezza: atterraggio d’emergenza, caduta o ritorno automatico al punto di decollo. Traslando questo schema sul caso francese, l’interesse operativo è chiaro: in un’area affollata, “abbattere” con proiettili o schegge può essere inaccettabile. Un disturbo mirato può ridurre il perimetro di pericolo, ma non lo elimina. Se il drone cade su una strada o su un tetto, il rischio resta, e la responsabilità ricade su chi ha attivato la contromisura. È il genere di dettaglio che nei comunicati industriali passa in secondo piano, ma per un prefetto o un comandante sul posto è centrale. Un altro punto riguarda la distinzione tra uso militare e uso di sicurezza interna. Nel caso del REX 1, viene citata la possibilità di impiego anche da forze di sicurezza e civili, proprio perché “non letale”. In Europa, però, l’uso di jammer è fortemente regolato: interferire con bande radio può colpire comunicazioni lecite e servizi essenziali. Per un sistema destinato alla Francia, la partita non è solo tecnica, è normativa e procedurale, con autorizzazioni, aree di impiego e tracciabilità degli interventi. Un tecnico di telecomunicazioni che lavora su eventi pubblici, Giulia S., mette la questione in termini pratici: “Il disturbo non è un raggio laser che si ferma dove vuoi. Se sbagli potenza o direzione, puoi degradare reti intorno, e in un evento con migliaia di persone è un problema serio”. È una critica utile perché sposta l’attenzione dalla retorica “anti-drone” alla realtà delle emissioni e delle interferenze. Un fucile contro-drone non letale può essere più accettabile di un’arma cinetica, ma non è automaticamente “pulito”.

Perché la Francia cerca soluzioni ravvicinate contro droni di sorveglianza

Il bisogno nasce dalla banalità del mezzo: piccoli droni commerciali, acquistabili facilmente, possono fare ricognizione su siti sensibili o supportare attività illecite. In questo scenario, la difesa aerea tradizionale è sproporzionata, per costi e per rischio. Un sistema portatile, tipo fucile anti-drone, prova a colmare il vuoto tra la sorveglianza passiva, telecamere e pattuglie, e l’intercettazione “pesante” con mezzi dedicati. La Francia, come altri Paesi europei, ha un mix di obiettivi potenziali: basi, depositi logistici, centrali, eventi pubblici, sedi istituzionali. Un dispositivo individuale permette di creare un’ultima cintura di protezione, soprattutto quando l’allarme arriva tardi o quando non è possibile chiudere lo spazio aereo in modo totale. L’idea non è nuova, ma il contesto è cambiato: oggi i droni sono più autonomi, più stabili e spesso più resistenti al disturbo, grazie a funzioni di ritorno automatico e navigazione assistita. Qui serve una nota di prudenza: la parola “intercettazione” può far pensare a una neutralizzazione garantita, ma la realtà è fatta di probabilità. Un drone che vola in modalità autonoma, con rotta preimpostata, può continuare anche se perde il collegamento radio. Un altro può passare su frequenze diverse o usare link digitali più robusti. Per questo, un’arma non letale deve essere inserita in un sistema più ampio, dove l’identificazione del bersaglio e la valutazione del rischio vengono prima dell’azione. Un ufficiale in congedo dell’Esercito italiano, Andrea L., che oggi lavora come consulente, sintetizza il punto: “La domanda non è solo ‘lo fermo?’, è ‘dove cade e cosa succede dopo?'”. È un promemoria utile anche per il caso francese. Un fucile contro-drone può essere efficace in un perimetro controllato, ma in un quartiere urbano la gestione del post-intervento, recupero del drone, analisi forense, catena di custodia, diventa parte della missione. E su questo, di solito, le schede tecniche dicono poco.

Confronto con laser da 100 kW e difese a strati

Il fucile anti-drone rappresenta la risposta “leggera”, ma nel panorama internazionale convivono soluzioni molto diverse. Un esempio spesso citato è lo sviluppo di armi a energia diretta: negli Stati Uniti si è parlato di laser fino a 100 kW, con l’obiettivo di aumentare la potenza rispetto a prototipi precedenti e di colpire non solo droni, ma anche bersagli più impegnativi. Il ragionamento industriale è chiaro: ridurre il costo per ingaggio rispetto alle munizioni e rispondere ad attacchi saturanti, con “dozzine” di droni contro la stessa base. Questo confronto aiuta a capire dove si colloca un fucile EGIDE. Un laser su veicolo richiede energia, raffreddamento, manutenzione e una piattaforma stabile, quindi è adatto a siti fissi o mezzi dedicati. Un fucile portatile, invece, punta alla mobilità e al costo unitario più basso, ma paga in portata e in robustezza contro bersagli diversi. Non è una gara tra “meglio” e “peggio”, è un problema di strati: sensori, disturbo, intercettazione fisica, protezione passiva. C’è anche un aspetto di comunicazione pubblica: parlare di laser da 100 kW fa notizia, parlare di un fucile non letale sembra meno spettacolare. Ma per la sicurezza quotidiana, la soluzione banale e addestrabile può essere più rilevante. Il rischio è l’effetto annuncio, dove l’industria promette “protezione scalabile” e l’utente finale si trova con regole d’ingaggio complesse e un sistema che funziona bene in test controllati, meno in scenari reali con interferenze, ostacoli e falsi allarmi. Un ingegnere di sistemi di sicurezza aeroportuale, Paolo M., fa un paragone concreto: “È come il metal detector. Non basta averlo, devi avere procedure, personale, manutenzione e un piano quando suona”. Applicato al fucile anti-drone, significa addestramento sul riconoscimento dei modelli, coordinamento con le forze dell’ordine, e soprattutto integrazione con la rilevazione. Senza un “prima” solido, l’ultima linea di difesa rischia di diventare solo un oggetto costoso in armeria.

Angolo italiano: sistemi contro-drone in Europa e vincoli d’impiego

In Italia, il tema contro-drone è presente soprattutto in ambito di protezione di eventi, infrastrutture critiche e contesti militari, con un approccio che tende a combinare rilevazione, identificazione e neutralizzazione. A livello europeo, la direzione è simile: ridurre la dipendenza da munizioni costose e aumentare la capacità di risposta contro minacce numerose e a basso costo. Il posizionamento di EGIDE come fornitore di effettori “mass-deployable” si inserisce in questa cornice, dove contano tempi di consegna, interoperabilità e sostenibilità. Detto in modo schietto, la parte più difficile non è comprare un dispositivo, è usarlo legalmente e senza creare nuovi problemi. In Italia, come in altri Paesi UE, l’impiego di strumenti di disturbo radio è soggetto a limiti stringenti, perché può interferire con comunicazioni civili. Questo vincolo rende interessanti soluzioni alternative, come reti di cattura o intercettori dedicati, ma ogni opzione ha compromessi: una rete richiede distanza ravvicinata e condizioni favorevoli, un intercettore può aumentare la complessità e il rischio di collisione. Un responsabile sicurezza di un grande evento sportivo nel Nord Italia, che chiede di restare anonimo, racconta un caso tipico: “Il drone che vedi non è sempre una minaccia. A volte è un hobbista. Se reagisci male, crei panico e ti esponi a responsabilità”. È un punto che vale anche per la Francia. Un fucile anti-drone non letale può apparire “più morbido”, ma l’atto di neutralizzare un oggetto in volo resta un’azione ad alto impatto, che richiede certezza sull’identificazione e coordinamento con la gestione della folla. Sul piano industriale, l’Europa sta cercando capacità autonome, con aziende che propongono sensori, software e sistemi di intercettazione. La promessa di piattaforme aggiornabili e “a strati” può aiutare a inseguire l’evoluzione dei droni, che oggi includono maggiore autonomia e, in alcuni casi, tecniche di navigazione che riducono la dipendenza dal link radio. Per l’Italia, l’interesse è verificabile: interoperabilità NATO, protezione di siti sensibili e capacità di risposta rapida. Ma il successo di soluzioni come quelle di EGIDE dipenderà da test trasparenti, regole d’ingaggio e misure di sicurezza, non solo da brochure e slogan.

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