La Svizzera sta muovendosi per dotarsi di capacità anti-drone acquistando sistemi dalla tedesca Rheinmetall, con lo Skynex indicato come uno dei riferimenti tecnologici per la difesa di corto raggio contro velivoli senza pilota.
La scelta si inserisce in un contesto europeo in cui i droni, dalle piattaforme commerciali adattate fino alle munizioni vaganti, stanno imponendo contromisure più rapide e meno costose dei missili. Detto chiaro, neutralità non significa vulnerabilità, e non significa nemmeno “stare fuori” dalle conseguenze dei conflitti vicini. Per un Paese che tutela infrastrutture critiche, eventi internazionali e spazi aerei complessi tra montagne e aree urbane dense, investire in difesa anti-UAS è una misura di sicurezza prima ancora che una postura geopolitica. Ma la partita è delicata: ogni acquisizione deve restare coerente con la neutralita e con regole d’ingaggio rigorose, soprattutto quando si parla di sistemi con effettori cinetici.
Berna lega la difesa anti-drone alla protezione di infrastrutture
Il punto di partenza è pratico, non ideologico: la minaccia dei droni non riguarda solo il campo di battaglia. Un quadricottero da poche centinaia di euro può interrompere il traffico aereo, sorvolare siti sensibili, o fare ricognizione su obiettivi civili. Per la Svizzera, che ospita sedi internazionali e snodi logistici, la protezione dello spazio aereo a bassissima quota è diventata un tema di gestione del rischio. Il ragionamento che sta dietro a un sistema anti-drone è la continuità operativa: aeroporti, centrali, nodi ferroviari, eventi pubblici. Un’interruzione anche breve può avere un costo economico e reputazionale elevato. E qui entra il tema della “difesa di prossimità”, dove la risposta deve essere rapida, scalabile e integrabile con sensori diversi, perché il problema non è solo abbattere, è prima di tutto individuare e classificare. Da un punto di vista militare, la neutralità non elimina la necessità di dissuasione. Un Paese neutrale deve mostrare di poter proteggere il proprio territorio senza dipendere da alleanze. L’acquisizione di capacità difesa a corto raggio contro droni e minacce affini rientra in questa logica: non proiezione di forza, ma protezione del perimetro nazionale. Qui una nota critica ci sta: parlare di “drone killer” fa titolo, ma rischia di semplificare troppo. Un sistema efficace deve funzionare in un ambiente reale, con disturbi elettronici, falsi bersagli, vincoli di sicurezza per i civili. Se l’obiettivo è proteggere aree urbane, la gestione del rischio da ricaduta di frammenti e la selezione dell’effettore diventano centrali. Non basta comprare tecnologia, serve dottrina, addestramento, regole d’ingaggio e catena di comando chiara.
Rheinmetall propone Skynex con cannoni 35 mm e munizioni AHEAD
Tra i sistemi citati nel dibattito europeo c’è Rheinmetall con Skynex, una difesa aerea basata su cannoni, pensata per la protezione ravvicinata dove i missili guidati possono essere meno adatti o meno convenienti. Il cuore del sistema sono i cannoni 35 mm Revolver Gun Mk3, con una cadenza indicata oltre i 1.000 colpi al minuto e una portata fino a circa 4 chilometri per l’ingaggio con l’arma. L’elemento distintivo è l’uso di munizioni programmabili AHEAD, progettate per aumentare l’efficacia contro bersagli piccoli e rapidi. Il concetto, per chi non mastica il gergo, è semplice: invece di affidarsi a un impatto diretto, la munizione rilascia sub-elementi in prossimità del bersaglio, aumentando la probabilità di neutralizzazione di droni e munizioni vaganti. In più, la logica “cannon-based” viene presentata come più efficiente sul piano dei costi rispetto a soluzioni solo missilistiche. Skynex non è solo “un cannone”: include un’architettura di comando e controllo che visualizza la situazione aerea e collega sensori ed effettori, facilitando l’assegnazione dei bersagli. In questo tipo di sistemi, la vera differenza la fa l’integrazione: radar, tracciamento, identificazione e decisione devono stare nello stesso flusso, perché il tempo utile contro un micro-UAS può essere di pochi secondi. Rheinmetall sostiene che l’esperienza operativa recente in Europa orientale abbia mostrato l’utilità di difese a corto raggio contro droni e anche contro missili da crociera. Qui va mantenuta la testa fredda: le dichiarazioni industriali servono anche a posizionare il prodotto. Ma il trend è reale, e lo si vede dagli acquisti: diversi eserciti stanno tornando a investire in artiglieria contraerea moderna, proprio perché la minaccia a bassa quota è esplosa in quantità e varietà.
Zurigo ospita la produzione svizzera dello Skyranger e l’indotto locale
Nel caso svizzero c’è un dettaglio che pesa: Rheinmetall non è solo un fornitore estero, perché in Zurigo viene citata la produzione di Skyranger, un sistema di difesa aerea della stessa famiglia industriale. La presenza sul territorio cambia l’equazione: significa competenze, manutenzione più vicina, e una filiera che può generare lavoro e know-how, con ricadute che la politica tende a considerare quando si parla di acquisizioni. Si parla anche di impatti occupazionali importanti legati alla produzione locale, con numeri nell’ordine di centinaia di posti. È un argomento che torna spesso nei dossier difesa: comprare “fuori” o comprare “con una base industriale in casa” non è la stessa cosa, soprattutto quando l’obiettivo è garantire disponibilità di pezzi di ricambio e aggiornamenti per decenni. Questo non elimina i problemi, anzi. La Svizzera deve bilanciare la propria neutralita con una realtà industriale europea sempre più interconnessa, dove componenti, software e subforniture attraversano confini e regimi di export. Un sistema anti-drone moderno non è un oggetto isolato, è un insieme di sensori, reti, elettronica e munizionamento, e ogni anello può essere soggetto a vincoli. Un altro punto concreto è la compatibilità: se la Svizzera valuta sistemi come Skynex per la difesa anti-UAS, deve decidere quanto integrare con assetti esistenti e quanto costruire ex novo. In ambito difesa aerea di corto raggio, l’interoperabilità non è un optional, perché i bersagli cambiano profilo e tattiche in fretta. Senza aggiornamenti software, librerie di minacce e addestramento continuo, anche la migliore piattaforma rischia di diventare “vecchia” in pochi anni.
L’Italia ha ricevuto Skynex: 73 milioni e opzione per tre batterie
C’è anche un angolo italiano verificabile: l’Esercito Italiano ha ricevuto la prima batteria Skynex in una consegna formalizzata a dicembre 2025. Il valore indicato per il primo sistema è di 73 milioni di euro, con un’opzione per ulteriori tre batterie per un valore complessivo fino a 204 milioni. Per Berna, guardare a un utilizzatore europeo non è solo curiosità, è un modo per misurare maturità del sistema, tempi di consegna e sostenibilità logistica. Nel caso italiano, l’acquisizione viene inquadrata come risposta a minacce asimmetriche, includendo droni e munizioni vaganti, ma anche razzi, artiglieria e mortai, cioè la componente C-RAM. Questo è rilevante perché un sistema come Skynex viene presentato come modulare: non si compra solo per un tipo di bersaglio, si compra per uno spettro di minacce a corto raggio che, nella pratica, spesso si sovrappongono. Le specifiche divulgate per la configurazione italiana aiutano a capire la logica operativa: torri con cannoni da 35 mm, un posto comando, un radar dedicato e munizioni AHEAD. Vengono citate portate variabili tra 6 e 10 km a seconda del bersaglio per alcune capacità complessive, mentre l’ingaggio con il cannone viene associato a distanze più ravvicinate, nell’ordine di alcuni chilometri. Sono numeri che contano, perché un drone può essere individuato tardi, e la “bolla” di protezione reale dipende dalla catena sensore-decisione-effettore. Qui la sfumatura: un contratto da decine di milioni non compra solo hardware, compra anche addestramento, supporto e integrazione. E compra pure aspettative. Se la Svizzera segue questa strada, dovrà chiarire da subito cosa vuole proteggere, con quali regole d’ingaggio, e con quale mix di effettori. Perché in un contesto civile, l’uso di fuoco cinetico vicino a infrastrutture e persone è un tema politico prima ancora che tecnico.
Jammer, sensori e cannoni: la “toolbox” anti-UAS e i limiti reali
Rheinmetall descrive una “cassetta degli attrezzi” per la difesa contro UAS che combina sensori e diversi effettori, dal jammer con disturbo direzionale fino a cannoni con munizioni specializzate. L’idea è offrire un ventaglio adattabile: difesa fissa o su veicolo, integrazione con sistemi di comando e controllo, e possibilità di evoluzione nel tempo. Per un Paese come la Svizzera, questa flessibilità è attraente perché permette di coprire scenari diversi senza moltiplicare piattaforme. La parte elettronica, cioè disturbare o prendere il controllo dei collegamenti, viene spesso vista come la soluzione “pulita”. Ma non è una bacchetta magica. I droni possono volare in autonomia su waypoint, usare collegamenti resilienti, o semplicemente essere troppo vicini perché il disturbo funzioni in tempo utile. E poi c’è il tema delle interferenze: in ambiente urbano, sparare energia elettromagnetica direzionale richiede procedure rigorose per non impattare reti e servizi. Per questo molti eserciti stanno tornando a un approccio stratificato: sensori per vedere presto, disturbo quando possibile, e un effettore cinetico quando serve. In questa logica, Skynex e sistemi analoghi offrono una risposta ad alta cadenza contro bersagli piccoli, con munizioni pensate per aumentare la probabilità di colpo utile. Il messaggio industriale sottolinea anche la resistenza delle munizioni programmabili alle contromisure elettroniche, un punto chiave quando il bersaglio è “furbo”. La critica, senza giri di parole: ogni strato aggiunge complessità e costo, e la complessità è un rischio operativo. Se la Svizzera investe in difesa anti-drone, deve investire almeno allo stesso livello in addestramento, manutenzione e test realistici. Il drone che conta non è quello in brochure, è quello che vola basso tra ostacoli, con segnali degradati e in mezzo a una città. E lì la differenza la fanno procedure e personale, non solo l’hardware.
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