Lo Zumwalt, il cacciatorpediniere più costoso al mondo, entra in servizio dopo oltre dieci anni di ritardi

Lo Zumwalt, il cacciatorpediniere più costoso al mondo, entra in servizio dopo oltre dieci anni di ritardi

Lo Zumwalt, il cacciatorpediniere più costoso della sua categoria, è diventato un caso di studio: una nave pensata per rivoluzionare l’attacco dal mare, entrata in servizio nel 2016, ma rimasta per anni in una lunga transizione tra consegne, test e ripensamenti.

Nella narrativa ufficiale è una piattaforma “di nuova generazione”; nei numeri è un programma che ha bruciato tempo e budget, con scelte tecniche poi rivelatesi difficili da sostenere. Il dato che pesa di più è economico. Il costo per unità è stato indicato come superiore a 8 miliardi di dollari, cioè circa 7,36 miliardi di euro al cambio 0,92. E il programma, nato per 32 unità, si è chiuso a 3. Dentro questa forbice ci sono i ritardi, un sistema d’arma principale rimasto senza munizionamento e, oggi, la riconversione verso un ruolo centrato sui missili ipersonici.

USS Zumwalt (DDG-1000) tra commissione 2016 e consegna finale 2020

La cronologia spiega perché si parli di “entrata in servizio” in modo sfumato. L’USS Zumwalt (DDG-1000) è stato messo in servizio il 15 ottobre 2016, ma la consegna finale è stata accettata dalla US Navy il 24 aprile 2020, al termine di un percorso di dual delivery e di passaggio alla fase di test integrati in mare. Tradotto: la nave era formalmente in flotta, ma la piena maturità operativa è stata più lenta. Nel frattempo l’unità è stata assegnata alla Pacific Fleet e alla Surface Development Squadron One, un contesto che segnala la natura sperimentale della piattaforma. La nave ha partecipato ad attività di addestramento e scenari operativi per mantenere la prontezza dell’equipaggio e far “provare” alla flotta l’impiego del nuovo sistema. È un dettaglio meno spettacolare di un dispiegamento, ma più utile per capire il ruolo: banco prova, non solo cacciatorpediniere “pronto e via”. La storia operativa citata per il periodo successivo mostra passaggi graduali. Nel 2019 lo Zumwalt è salpato da San Diego per il primo dispiegamento operativo nel Pacifico dopo periodi di disponibilità in cantiere nel 2017 e 2018; nel 2022 ha effettuato uno scalo a Guam durante un viaggio più lungo, diretto in Giappone. Sono tappe coerenti con un programma che continua a macinare prove, verifiche e integrazioni, più che con una piena routine. Qui sta la prima critica, senza retorica: quando una nave viene commissionata nel 2016 ma completa la consegna nel 2020, il confine tra “in servizio” e “in sviluppo” si confonde. E questo ha un impatto pratico sulla disponibilità reale, sulla pianificazione delle missioni e sul rapporto costo-beneficio, visto che ogni anno di test aggiunge spese e riduce l’utilità immediata rispetto a unità già mature.

Programma ridotto da 32 a 3 unità: l’effetto dei costi sul piano industriale

Il progetto nasceva con un’ambizione numerica precisa: 32 navi, pensate per distribuire su una classe ampia i costi di ricerca e sviluppo. Poi è arrivata la realtà dei conti. La sequenza di riduzioni è diventata parte della storia del programma: prima tagli, poi ulteriori tagli, fino al risultato finale di 3 unità. È una dinamica tipica dei grandi programmi, ma qui l’entità del ridimensionamento è estrema. Il punto non è solo “quante navi”, ma cosa succede al costo unitario quando la classe si restringe. Con meno scafi, le spese di sviluppo si spalmano su un numero molto più basso di piattaforme, e la cifra per singola nave esplode. Per questo lo Zumwalt viene indicato come il cacciatorpediniere più caro della sua categoria: oltre 8 miliardi di dollari a unità, circa 7,36 miliardi di euro. Una cifra che, da sola, rende inevitabile il confronto con alternative più standardizzate. Le stime e i numeri circolati negli anni raccontano anche un divario tra aspettative e consuntivo: si è parlato di un costo inizialmente previsto di 3,8 miliardi di dollari per unità, mentre l’ordine di grandezza del programma complessivo è stato indicato oltre i 26 miliardi di dollari. In euro, con cambio 0,92, parliamo di circa 23,9 miliardi. Anche senza entrare in ogni voce di bilancio, il messaggio è chiaro: il progetto è diventato più caro di quanto fosse politicamente e industrialmente sostenibile su larga scala. Dal punto di vista industriale, questo ha due effetti: meno economie di scala e più unicità di componenti e manutenzione. Una classe di sole tre navi è difficile da “normalizzare” nella logistica. E quando la flotta deve scegliere dove mettere risorse, la tentazione di tornare su piattaforme più diffuse e meno rischiose cresce. Non è propaganda, è gestione del rischio: per la US Navy il costo è diventato un vincolo strutturale, non un dettaglio.

Advanced Gun System e munizioni LRLAP: il cannone senza colpi cambia la missione

Lo Zumwalt era stato progettato con un ruolo primario preciso: supporto di fuoco navale verso terra. Il cuore di questa idea erano due Advanced Gun System (AGS) da 155 mm, legati a munizioni dedicate, le Long Range Land Attack Projectile (LRLAP). Il concetto era coerente: artiglieria navale avanzata, con munizionamento specifico per colpire a distanza e sostenere operazioni anfibie o costiere. Poi è arrivato il problema che, in un programma, è quasi peggio di un guasto: la catena di fornitura e l’acquisto delle munizioni sono stati cancellati, rendendo i cannoni di fatto inutilizzabili. Un cannone moderno senza munizioni non è una capacità “limitata”, è una capacità assente. La conseguenza è stata il ripensamento della missione: da piattaforma centrata sul fuoco d’artiglieria a nave riposizionata verso compiti di guerra di superficie. Dal 2023 la Marina ha avviato la rimozione degli AGS. È un passaggio raro, perché significa smontare un elemento attorno a cui era stata costruita una parte del progetto. Qui la critica è inevitabile: non si tratta di un semplice aggiornamento, ma di un’ammissione implicita che una scelta fondante non ha retto. E quando una nave è costata oltre 7,36 miliardi di euro, ogni “ripartenza” pesa come un macigno sul giudizio pubblico e parlamentare. Per l’osservatore italiano, la lezione è concreta e vale oltre l’Atlantico: una capacità militare non è solo la piattaforma, ma l’ecosistema, munizioni, addestramento, manutenzione, scorte. Se uno di questi pezzi salta, la piattaforma rischia di diventare un prototipo permanente. E in Europa, dove i programmi multinazionali soffrono spesso di compromessi e ritardi, il caso Zumwalt viene letto come monito su requisiti troppo specifici e catene logistiche troppo “uniche”.

Missili ipersonici CPS: la US Navy punta al 2025 per la nuova capacità

La riconversione passa dai missili. La US Navy prevede di schierare la capacità Conventional Prompt Strike (CPS) sui cacciatorpediniere classe Zumwalt nell’anno fiscale 2025. È un obiettivo dichiarato che sposta il baricentro: dalla missione originaria di supporto di fuoco, verso un ruolo di piattaforma di lancio per armi a lungo raggio ad alta velocità, con implicazioni strategiche evidenti sul piano della deterrenza. Il lavoro tecnico è invasivo. La pianificazione di integrazione prevede la rimozione dei due AGS da 155 mm e l’installazione del CPS nello spazio occupato dal cannone prodiero, mentre quello poppiero resterebbe “aperto” per capacità future. Non è un semplice retrofit: significa riprogettare spazi, sistemi e interfacce, con tempi di cantiere e rischi tipici di una prima integrazione di classe. Un elemento riportato in ambito tecnico-industriale è la sostituzione degli AGS con tubi di lancio di grande diametro, quattro moduli da 87 pollici, cioè circa 221 cm. Ogni tubo potrebbe ospitare fino a tre Common Hypersonic Glide Bodies. È un’informazione che aiuta a visualizzare la scala del cambiamento: non si “aggiunge” un missile, si cambia la natura della nave, trasformando volumi progettati per artiglieria in un comparto missilistico. Qui serve prudenza: l’ipersonico è anche terreno di comunicazione strategica, e le dichiarazioni di tempistica non sempre coincidono con la disponibilità effettiva in mare. Il calendario al 2025 indica una direzione, non un traguardo garantito. Dopo oltre dieci anni di ritardi e ripensamenti, la domanda realistica è quanta parte della promessa CPS sarà operativa, addestrata e sostenibile, e quanta resterà in una fase di test prolungata.

Dimensioni, equipaggio e profilo stealth: cosa resta del progetto Zumwalt

Al netto dei cambi di missione, lo Zumwalt resta una nave fuori scala rispetto a molti cacciatorpediniere tradizionali. Le dimensioni riportate sono di 190 metri di lunghezza, con larghezza di circa 24,6 metri e pescaggio di circa 8,4 metri. Il dislocamento è nell’ordine di 15.900 tonnellate. In pratica, è un grande combattente di superficie, progettato per ospitare sistemi e margini di crescita. Il tratto più noto è lo scafo “tumblehome” e la sovrastruttura angolata, pensati per ridurre la segnatura radar. Su questo punto, la discussione tecnica include anche critiche: la forma che aiuta lo stealth è stata associata a interrogativi sulla stabilità in mare molto mosso. Non è un dettaglio estetico: se una scelta di design impone compromessi in condizioni meteo difficili, la finestra di impiego reale può restringersi. Un altro dato utile è l’equipaggio ridotto rispetto a classi precedenti. Vengono citati numeri come 197 persone, con riferimenti a livelli più alti in navi più vecchie, per esempio 330 su cacciatorpediniere Spruance. L’automazione, in teoria, riduce costi e aumenta efficienza; nella pratica, può aumentare la dipendenza da sistemi complessi e dalla manutenzione specializzata, soprattutto su una classe piccola. Per il pubblico italiano, l’angolo verificabile è soprattutto comparativo: lo Zumwalt mostra cosa succede quando si spinge su innovazione di scafo, sistemi e missione in un colpo solo, e poi si è costretti a ripiegare su una flotta più standard. In Europa, dove si discute di capacità navali comuni e di integrazione di missili a lungo raggio, il caso invita a una domanda concreta: innovare sì, ma con una massa critica sufficiente e con munizionamenti e supporto già contrattualizzati, altrimenti i costi divorano la disponibilità operativa.

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