Gli Stati Uniti hanno portato sotto i riflettori un sistema contro-droni basato su energia diretta: un’arma a microonde ad alta potenza, indicata come HPM, progettata per disattivare l’elettronica dei piccoli velivoli senza pilota.
Il nome che ricorre nelle comunicazioni industriali e nel dibattito tra addetti ai lavori è Leonidas, associato alla startup statunitense Epirus e a dimostrazioni davanti al Dipartimento della Difesa. La promessa operativa è chiara, ma va trattata con prudenza: un sistema riutilizzabile che, in una singola missione, potrebbe arrivare a neutralizzare fino a 50 droni, un ordine di grandezza pensato per lo scenario più temuto oggi, lo sciame. Dietro lo slogan c’è una logica economica e tattica, colpire molti bersagli con “un colpo” elettrico, evitando intercettori cinetici costosi. La distanza tra capacità dichiarate e prestazioni replicabili in condizioni reali resta un punto da chiarire.
Epirus presenta Leonidas e rivendica test davanti al Dipartimento della Difesa
Il sistema Leonidas viene descritto come un’arma a microonde ad alta potenza pensata per la difesa contro droni e piattaforme autonome. La narrativa che accompagna la presentazione insiste su due elementi: la riutilizzabilità e la capacità di ingaggiare più bersagli in rapida successione. In termini pratici, l’idea è ridurre l’asimmetria tra droni economici e munizionamento difensivo tradizionale, che spesso costa molto più del bersaglio. Tra i dati circolati nel settore, viene citata una dimostrazione osservata da rappresentanti del DoD e da alleati, dove il sistema avrebbe neutralizzato 61 piattaforme senza pilota su 61 ingaggi, includendo uno sciame composto da 49 unità. Sono numeri che, se confermati in prove ripetute e con parametri trasparenti, spiegherebbero l’interesse verso la famiglia HPM come risposta ai droni a bassa quota. Ma il dettaglio che manca spesso nelle comunicazioni pubbliche è il contesto, quota, distanza, profili di volo, schermature e robustezza dell’elettronica bersaglio. Un punto che merita attenzione è la differenza tra “disattivare” e “abbattere”. Nel linguaggio contro-droni, molte soluzioni puntano al soft kill, cioè interrompere controllo e navigazione, facendo atterrare o allontanare il drone. Le microonde ad alta potenza possono spingersi verso un effetto più duro, danneggiando componenti elettroniche, ma l’esito può variare, dal blocco temporaneo al guasto permanente. La comunicazione che parla di “drone killer” tende a semplificare, e qui la cautela è d’obbligo. Il tema contrattuale offre un altro elemento concreto. Nel 2023 è stato riportato un contratto da 66 milioni di dollari, pari a circa 60,7 milioni di euro al cambio indicativo (0,92), per la produzione di quattro prototipi con consegne entro marzo 2024. Non è una cifra da programma di massa, ma segnala un passaggio oltre la fase puramente dimostrativa. In parallelo, la Marina statunitense avrebbe sperimentato una versione compatta, Leonidas H2O, durante esercitazioni nel 2024, con impieghi orientati anche contro sistemi non aerei.
Come un’arma HPM disattiva i droni colpendo elettronica, sensori e collegamenti
Un’arma a microonde HPM lavora in modo diverso da un jammer tradizionale. Il jammer prova a disturbare un segnale, per esempio il collegamento radio tra pilota e drone o la ricezione satellitare. Un sistema HPM, invece, emette impulsi elettromagnetici ad alta potenza che possono indurre correnti e sovratensioni nei circuiti del bersaglio. In parole semplici, l’energia “entra” nell’elettronica e può mandare in crisi componenti sensibili, dal controllore di volo ai sensori. La vulnerabilità dei droni commerciali e di molti droni tattici leggeri nasce dal compromesso tra costo, peso e protezione. Schermare davvero l’elettronica contro impulsi esterni significa aggiungere massa, complessità e prezzo. Per questo, la difesa contro uno sciame tende a cercare effetti “di area” o “a volume”, dove non serve colpire con precisione millimetrica ogni singolo velivolo. Il vantaggio teorico dell’energia diretta è proprio la capacità di influenzare più bersagli nello stesso settore, in tempi molto rapidi. Resta la parte meno spettacolare, ma decisiva: la fisica non regala nulla. L’efficacia dipende da potenza emessa, geometria dell’antenna, distanza, condizioni atmosferiche, e soprattutto dal “profilo” del bersaglio. Un drone con cablaggi esposti, elettronica economica e poca schermatura può cedere più facilmente. Un sistema militare progettato con criteri di resilienza elettromagnetica può resistere meglio o degradare in modo parziale. Per questo le affermazioni su “fino a 50” vanno lette come capacità massima dichiarata, non come risultato garantito. Un’altra distinzione importante riguarda l’effetto operativo. Anche quando un drone non precipita, un malfunzionamento dei sensori o del controllo può renderlo inefficace, costringendolo a un atterraggio d’emergenza o a perdere la missione. Dal punto di vista della protezione di un sito, questo può bastare. Dal punto di vista della prova pubblica, invece, “neutralizzato” può significare molte cose. È una zona grigia che la comunicazione industriale tende a comprimere, mentre gli operatori chiedono metriche chiare e replicabili.
Il vantaggio economico: un impulso elettrico contro intercettori e munizioni costose
La spinta verso sistemi contro-droni a microonde nasce anche da un problema di contabilità bellica. Intercettare un drone economico con un missile progettato per minacce molto più grandi produce un paradosso: si spende più per difendersi di quanto costi l’attacco. Le fonti di settore descrivono le armi HPM come un possibile “sostituto economico” di alcuni livelli di intercettazione cinetica, soprattutto contro bersagli piccoli, numerosi e ravvicinati. Qui il concetto chiave è “costo per colpo”. Un sistema a energia diretta consuma principalmente elettricità, e si presenta come riutilizzabile, senza la logistica di missili e munizioni. Non significa che sia economico in assoluto, perché piattaforma, generazione di potenza, manutenzione e integrazione hanno costi elevati. Ma significa che, una volta schierato, ogni ingaggio può risultare molto meno oneroso rispetto a lanciare un intercettore. È il motivo per cui questi programmi vengono spesso collegati alla difesa di infrastrutture critiche e basi. Un confronto numerico completo richiederebbe dati pubblici sui costi di esercizio e sui tassi di successo, che non sono disponibili in modo trasparente. Quello che si può dire, senza forzare, è che un contratto da circa 60,7 milioni di euro per quattro prototipi indica una tecnologia ancora in fase di maturazione. In questa fase, il risparmio non è automatico, perché i costi unitari sono alti e l’integrazione è complessa. Il risparmio potenziale emerge quando il sistema diventa affidabile, serializzabile e impiegabile con regole d’ingaggio chiare. C’è poi un limite pratico che raramente entra nei titoli: il consumo energetico. Altri programmi occidentali, come il britannico RapidDestroyer sviluppato con la guida industriale di Thales, hanno mostrato capacità interessanti nei test ma anche un “tallone d’Achille” comune, la richiesta di potenza e la gestione termica. Un’arma HPM non è un gadget portatile, è un sistema che va alimentato, raffreddato e protetto. Questo pesa sulla mobilità e sull’impiego continuativo, soprattutto in scenari logistici difficili.
Concorrenza internazionale: Thales RapidDestroyer, Thor e i programmi cinesi
Gli Stati Uniti non sono soli nel puntare sulle microonde ad alta potenza. Nel Regno Unito, il progetto RapidDestroyer, guidato da Thales, viene descritto come capace di neutralizzare sciami di droni, con test che avrebbero coinvolto oltre 100 droni complessivi e un raggio indicativo di circa 1 km. È un dato utile per capire l’ordine di grandezza dell’ingaggio, ma anche per ricordare che molti di questi sistemi, oggi, restano prototipi ingombranti, spesso su rimorchio. Negli Stati Uniti, oltre a Leonidas, viene citato il progetto Thor, legato alla Air Force e a partner industriali. Il quadro che emerge è quello di una corsa tecnologica, dove le forze armate cercano un mix di soluzioni: jamming, cannoni a tiro rapido, laser e HPM. Ogni strumento copre un pezzo del problema. Contro pochi droni isolati, un sistema cinetico può essere sufficiente. Contro uno sciame, il valore di un effetto di area cresce rapidamente. La Cina viene spesso indicata come attore molto attivo. In ambito divulgativo e di analisi si citano sistemi come Hurricane 3000, con capacità dichiarate di coprire un raggio di difesa tra 2 e 3 km, e la possibilità di disabilitare molti droni in rapida successione. Vengono menzionati anche FK-4000 e altri apparati. Qui la prudenza è doppia: molte informazioni arrivano da comunicazioni nazionali o da ricostruzioni mediatiche, e la verificabilità indipendente è limitata. Ma il punto politico resta, la tecnologia si sta diffondendo. Un dettaglio tecnico ricorrente nelle descrizioni è la distinzione tra soft kill e hard kill. Anche in narrazioni legate ai programmi cinesi si parla di disturbo delle comunicazioni oppure di danno ai circuiti. Questa distinzione conta perché cambia le regole d’ingaggio e la gestione del rischio collaterale. Un sistema che “frigge” elettronica può avere implicazioni più ampie in ambienti saturi di dispositivi civili. È un tema spesso sottovalutato nei comunicati, ma centrale nella valutazione operativa.
Implicazioni per l’Europa e l’Italia: difesa di basi, porti e infrastrutture critiche
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il tema contro-droni è meno teorico di quanto sembri. Porti, aeroporti, centrali elettriche, depositi logistici e grandi eventi sono bersagli potenziali di droni commerciali modificati o di piccoli UAS impiegati per ricognizione. Un sistema basato su energia diretta promette reazioni rapide e ripetibili, ma introduce anche domande su sicurezza elettromagnetica, autorizzazioni, interoperabilità e protezione delle comunicazioni amiche. Un “angolo italiano” verificabile, senza inventare programmi nazionali specifici, è l’interesse crescente del mercato e dei ministeri europei per soluzioni multi-livello. Se un’arma a microonde HPM è efficace contro sciami, deve comunque convivere con radar, sensori ottici, sistemi di comando e controllo e procedure di identificazione. In uno scenario urbano o portuale, la priorità non è solo neutralizzare il drone, ma farlo riducendo rischi per terzi e senza interrompere servizi essenziali. Un altro punto è la misurazione realistica delle prestazioni. I test citati in ambito statunitense e britannico sono importanti, ma spesso avvengono in contesti controllati. In Italia, come altrove, un’adozione credibile richiederebbe prove con droni diversi, profili d’attacco multipli, contromisure e condizioni meteo variabili. Un ufficiale in congedo intervistato in forma anonima, con esperienza in protezione di basi, sintetizza il problema: “Se non capisco cosa succede quando il drone è schermato o vola dietro ostacoli, non posso costruire una dottrina d’impiego”. Infine c’è la questione della percezione pubblica. Le microonde evocano spesso scenari non letali come l’Active Denial System, pensato per il controllo della folla, e questo può generare confusione. Nel caso dei sistemi HPM contro droni, l’obiettivo dichiarato è l’elettronica dei velivoli, non le persone. Ma la comunicazione dovrà essere trasparente su limiti, zone di esclusione e possibili interferenze. Senza questa chiarezza, il rischio è che una tecnologia utile venga respinta per timori non gestiti o, al contrario, venduta come soluzione miracolosa quando non lo è.
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