Un carro russo T-72B3A con protezione attiva Arena-M avvistato in Ucraina

Un carro russo T-72B3A con protezione attiva Arena-M avvistato in Ucraina

Un T-72B3A russo equipaggiato con il sistema di Arena-M è stato mostrato in Ucraina in immagini diffuse da media statali russi.

Le foto lo collocano con il gruppo di forze “Center” lungo la direttrice di Dnipropetrovsk, mentre spara da quella che la didascalia definisce una “posizione di tiro chiusa”, cioè dietro copertura e senza ingaggio diretto a vista. Il materiale non indica una data precisa degli scatti né consente di stabilire quanti mezzi con questa configurazione siano realmente schierati sul fronte. Il dato rilevante, per chi segue l’evoluzione tecnica del conflitto, è l’apparizione di una protezione attiva pensata per intercettare minacce anticarro prima dell’impatto, in un contesto in cui le perdite di mezzi corazzati e la difficoltà di rimpiazzo restano un tema ricorrente.

RIA Novosti mostra un T-72B3A con Arena-M sul fronte di Dnipropetrovsk

Le immagini attribuite a RIA Novosti ritraggono un carro russo identificato come T-72B3A dotato di Arena-M mentre opera lungo la direttrice di Dnipropetrovsk. La scena più discussa è quella del tiro da “posizione chiusa”: una modalità che ricorda l’impiego dell’artiglieria, con il mezzo che spara da dietro un riparo invece di esporsi per colpire un bersaglio visibile. Questa scelta tattica dice qualcosa sul campo di battaglia: l’esposizione diretta può essere rischiosa quando l’area è sorvegliata da droni, osservatori avanzati e munizionamento guidato. Detto in modo semplice, se ti affacci troppo a lungo, qualcuno ti vede, ti marca e ti arriva addosso qualcosa. Il tiro indiretto con un carro non è la norma, ma in Ucraina si è visto più volte un adattamento dei mezzi a ruoli “di supporto” pur di ridurre la vulnerabilità. Va separato il fatto documentato dalla cornice comunicativa. Il fatto è l’esistenza di foto che mostrano un T-72 con elementi compatibili con un sistema di protezione attiva. La cornice è la narrazione: senza data, senza coordinate verificabili pubblicamente, senza indicazioni sul numero di unità coinvolte, la portata operativa resta difficile da misurare. Chi legge deve tenere a mente che i media di Stato selezionano cosa mostrare e cosa no. Non è nemmeno la prima volta che un T-72 con Arena-M appare nello stesso settore, secondo ricostruzioni già circolate in precedenza. Questo elemento suggerisce una presenza ripetuta, ma non prova una distribuzione su larga scala. In altre parole, può trattarsi di pochi mezzi “dimostrativi” o di un lotto limitato destinato a unità specifiche, e senza conferme indipendenti non si può andare oltre.

Come funziona Arena-M: radar, rilevamento e intercetto a 5-10 metri

Il sistema Arena-M rientra nella categoria dei sistemi di protezione attiva (APS): l’idea è individuare una minaccia in arrivo e neutralizzarla prima che colpisca la corazza. Nella descrizione tecnica più ricorrente, Arena-M usa un radar di bordo per rilevare un missile anticarro guidato o una granata a razzo, calcola la traiettoria e attiva automaticamente una contromisura. La contromisura è una munizione difensiva che esplode e genera un campo di frammenti letali a distanza ravvicinata. Le distanze citate per l’intercetto sono nell’ordine di 5-10 metri dal carro, cioè abbastanza vicino da “prendere” la minaccia prima dell’impatto, ma non così vicino da far detonare direttamente sulla torretta. È un equilibrio delicato: l’APS deve essere rapido, preciso e affidabile, perché i tempi di reazione sono di pochi istanti. Qui arriva la parte che spesso viene semplificata troppo. Un APS non è uno scudo totale: funziona bene contro certe classi di minacce, soprattutto ATGM e RPG, ma non intercetta proiettili cinetici ad alta velocità (i penetratori a energia cinetica sparati da altri carri). Inoltre, l’efficacia reale dipende da angoli di arrivo, saturazione, interferenze, manutenzione e addestramento, tutti fattori che in guerra pesano più delle brochure. Per i droni, la questione è ancora più concreta. Se parliamo di droni come piattaforme che sganciano munizioni o guidano il tiro, l’APS non li “spegne” da solo. Se invece la minaccia è una munizione anticarro in arrivo, il principio resta lo stesso: rilevare e intercettare. Il limite è che attacchi dall’alto e profili di volo particolari possono ridurre la finestra utile. Non è magia, è un sistema che deve lavorare in un ambiente rumoroso e imprevedibile.

Dal test del 2013 alle prove del 2017, l’arrivo al fronte resta limitato

La storia di Arena-M è lunga: una versione del sistema su piattaforma T-72 era stata mostrata già nel 2013. Successivamente sono partite prove formali, indicate come avviate nel 2017, con l’obiettivo di arrivare a un’installazione sulle famiglie T-72 e T-90. In televisione, una dimostrazione pubblica nel giugno 2021 mostrava il sistema in funzione su un T-72B3. Il punto è lo scarto tra sviluppo e distribuzione. Nonostante un decennio di annunci e test, le segnalazioni confermate in area di guerra sono arrivate tardi rispetto all’inizio dell’invasione su larga scala. Una comparsa considerata “confermata” di un T-72 con Arena-M in combattimento è stata riportata solo nel marzo 2025, quindi dopo più di tre anni di guerra. Questo non significa che prima non esistesse, ma che non era emerso in modo verificabile. Quando un sistema arriva tardi al fronte, le interpretazioni possibili sono diverse e non tutte “propagandistiche”. Può esserci un problema industriale, di componenti, di priorità, o semplicemente la scelta di equipaggiare solo alcuni reparti. L’altra lettura è più politica: mostrare un mezzo con APS serve anche a comunicare resilienza tecnologica, soprattutto mentre si discute di perdite e di capacità di rimpiazzo. Qui serve una nota critica, senza giri di parole. Un singolo avvistamento non dimostra un cambio di equilibrio, e nemmeno prova che l’APS stia funzionando bene sul campo. Dimostra che almeno un esemplare è stato portato in teatro operativo e che si vuole farlo vedere. Se poi questo si traduce in una riduzione misurabile delle perdite, servono dati che oggi non ci sono in chiaro.

Perché la Russia punta su T-72 modernizzati tra perdite e difficoltà di rimpiazzo

Nel dibattito pubblico, torna spesso un dato: la Russia avrebbe perso una quota rilevante dei suoi migliori carri armati e faticherebbe a sostituirli rapidamente. In Italia, analisi riprese anche da media generalisti hanno citato stime secondo cui, in circa un anno, Mosca avrebbe perso “circa la metà” dei mezzi più moderni disponibili. Sono numeri che vanno letti con cautela, perché dipendono da metodologie diverse, ma indicano una pressione costante sul parco corazzato. In questo contesto, un T-72B3A con protezione attiva ha una logica: modernizzare piattaforme esistenti può essere più rapido che produrre da zero un nuovo carro in grandi quantità. Il T-72, nato in epoca sovietica e prodotto in numeri enormi, è una base industrialmente “conosciuta”. La modernizzazione, per quanto complessa, può essere più scalabile, soprattutto se si lavora su lotti e su standard già in uso. Il T-72, nella sua storia, è stato costruito in oltre 30.000 esemplari e esportato in più di 40 Paesi. Questa diffusione aiuta a capire perché la piattaforma continui a tornare: la logistica, i ricambi e la familiarità dell’equipaggio contano. L’equipaggio ridotto a tre uomini, grazie al caricatore automatico, resta una caratteristica centrale, con vantaggi operativi e rischi noti legati alla disposizione delle munizioni. La critica, qui, è che l’aggiornamento tecnologico non cancella i limiti strutturali. Un APS può aumentare la sopravvivenza contro certe minacce, ma non rende invisibile un carro, non lo protegge da tutto e non risolve problemi di impiego tattico. Se il mezzo viene usato come “artiglieria improvvisata” per ridurre l’esposizione, è anche perché l’ambiente di sorveglianza e attacco, droni inclusi, rende più costoso il combattimento manovrato tradizionale.

Cosa cambia per l’Ucraina e per l’Europa: droni, ATGM e lettura dei segnali

Per l’Ucraina, la comparsa di un carro russo con Arena-M non è un dettaglio tecnico da forum, è un possibile segnale operativo: alcune unità potrebbero avere una maggiore capacità di resistere a missili anticarro e a certe munizioni in arrivo. Se il sistema funziona come descritto, l’APS può ridurre l’efficacia di ingaggi “singoli” e costringere a cambiare tattiche, per esempio aumentando la saturazione o scegliendo profili d’attacco più complessi. La questione droni va spiegata senza confusione. Un APS è progettato per intercettare una minaccia in arrivo verso il carro, non per “abbattere droni” in senso generico. I droni, nel conflitto, fanno molte cose: scoperta, correzione del tiro, attacchi con munizioni a caduta, attacchi con munizioni guidate. Arena-M può avere un ruolo solo quando la minaccia è compatibile con ciò che il radar rileva e con ciò che la contromisura può neutralizzare a distanza ravvicinata. Dal punto di vista europeo, e quindi anche italiano, l’interesse è soprattutto analitico: capire quanto rapidamente i contendenti adattino i mezzi e quanto i sistemi di protezione attiva diventino standard. L’Italia non è parte belligerante, ma osserva un conflitto che sta accelerando l’evoluzione di dottrine e contromisure, con ricadute su formazione, procurement e priorità industriali in tutta Europa. Qui l’angolo italiano verificabile è questo: l’attenzione di governi e industrie alla difesa terrestre cresce, perché la guerra ha rimesso i carri armati al centro, nel bene e nel male. Resta un ultimo punto, pratico, che spesso viene trascurato. Se un APS crea un campo di frammenti a pochi metri dal mezzo, l’impiego vicino alla fanteria amica richiede procedure rigide. È un sistema pensato per salvare il carro, ma può aumentare i rischi nelle immediate vicinanze. In un campo di battaglia già saturo di droni e munizioni vaganti, ogni soluzione porta con sé un compromesso, e chi la racconta come “invulnerabilità” sta vendendo una storia, non un fatto.

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