La Cina sostiene di aver usato misure di guerra elettronica per disturbare la fregata olandese HNLMS De Ruyter nel Mar Cinese meridionale, in un’area vicina alle isole Paracel.
Nella ricostruzione cinese, l’episodio avrebbe incluso avvertimenti via radio, la presenza di unità di superficie e di velivoli militari, oltre a interferenze elettroniche “cautelative” per spingere la nave ad allontanarsi. I Paesi Bassi respingono questa lettura e negano che la fregata sia stata “cacciata”. Il caso, raro per visibilità e per coinvolgimento di una grande unità europea, si inserisce nel contesto di una missione indo-pacifica di cinque mesi, tra scali programmati e la partecipazione a esercitazioni multinazionali. E mette in primo piano una dimensione meno spettacolare dei sorvoli e delle manovre ravvicinate, ma spesso più efficace, la pressione esercitata senza sparare un colpo, tramite jamming e frizioni operative calcolate.
Pechino parla di jamming vicino alle isole Paracel
La dichiarazione cinese attribuisce l’episodio a un intervento del Comando del Teatro Meridionale, con una sequenza di misure presentate come graduate. Nella versione di Pechino, prima sarebbero arrivati i richiami vocali, poi l’impiego di piattaforme militari, fino a forme di interferenza elettronica descritte come “cautelative”. Il messaggio politico è chiaro, non solo contestare la presenza di una nave occidentale, ma mostrare di poter influire sulla sua operatività senza arrivare a un ingaggio.
Il punto sensibile è la cornice geografica. Le Paracel sono tra le aree più contese del Mar Cinese meridionale e ogni transito vicino a tali isole è letto, dalle autorità cinesi, come una questione di sovranità. Per questo la comunicazione ufficiale tende a enfatizzare l’efficacia delle misure e la capacità di “gestire” l’incidente. È un modo per ribadire il controllo, soprattutto quando la nave coinvolta appartiene a un Paese europeo e non agli Stati Uniti, interlocutore abituale in questo tipo di frizioni.
Dal lato olandese, la linea è opposta. L’Aia rifiuta l’idea che la fregata sia stata costretta a lasciare l’area, e contesta la narrativa della “cacciata”. In termini pratici, la differenza tra le due versioni conta perché definisce il successo o meno dell’azione cinese. Se l’obiettivo era dimostrare che un disturbo elettronico pu alterare la libertà di manovra di una nave moderna, la smentita olandese mira a negare proprio quel risultato.
Tra le due letture si inserisce un elemento che spesso sfugge al pubblico, la guerra elettronica non è sempre un interruttore acceso o spento. Un disturbo pu essere localizzato e temporaneo, pu colpire alcune bande radio o alcuni sensori, pu creare incertezza senza “spegnere” la nave. Ed è proprio questa ambiguità a renderla utile sul piano politico, perché consente rivendicazioni aggressive e smentite altrettanto nette, mantenendo l’episodio sotto la soglia di un incidente armato.
La missione Pacific Archer porta De Ruyter verso RIMPAC 2026
La Pacific Archer è una missione indo-pacifica di cinque mesi annunciata nei primi mesi del 2026. La fregata olandese è stata inserita in un percorso che combina presenza navale, cooperazione con partner regionali e partecipazione a grandi esercitazioni. In questo quadro, l’episodio vicino alle Paracel arriva in una fase di transito tra attività di porto e appuntamenti operativi, rendendolo ancora più sensibile dal punto di vista diplomatico, perché la nave non è “di passaggio” per caso.
Secondo la sequenza temporale resa pubblica, la nave ha effettuato una visita in porto a Manila tra il 22 e il 25 maggio, e l’interazione contestata si colloca dopo quello scalo e prima della partecipazione a RIMPAC 2026, l’esercitazione del Pacifico prevista nell’area delle Hawaii e tradizionalmente tra le più grandi al mondo per numero di Paesi coinvolti. Il fatto che la rotta conduca a un evento con decine di marine rende ogni attrito precedente un potenziale segnale, osservato da alleati e rivali.
Un dettaglio utile per capire il tono dell’episodio è la testimonianza del comandante olandese, che parlando a un quotidiano locale nelle Filippine ha descritto un incontro “breve ma altamente professionale” con un elicottero navale cinese, senza contestazioni territoriali esplicite in quel frangente. Questa descrizione cozza con la retorica di un’azione coercitiva risolutiva. E suggerisce che, sul ponte, l’interazione possa essere stata gestita con procedure standard, mentre la dimensione più controversa resterebbe quella invisibile, le eventuali interferenze.
Qui entra la critica che vale la pena fare, senza romanticismi. Le missioni di presenza funzionano quando comunicano deterrenza e cooperazione, ma espongono anche a incidenti narrativi, dove ogni parte racconta la stessa scena per scopi diversi. Se Pechino vuole presentare un successo di guerra elettronica, l’Olanda ha interesse a negare qualsiasi arretramento. Il risultato è una zona grigia che, per chi guarda da fuori, rende difficile misurare cosa sia accaduto davvero in termini tecnici, e cosa sia stato costruito come messaggio.
HNLMS De Ruyter: fregata da 6.050 tonnellate e 144,2 metri
La nave al centro della vicenda non è un’unità minore. La HNLMS De Ruyter appartiene alla classe De Zeven Provinciën, fregate di difesa aerea e comando, ed è entrata in servizio nel marzo 2004. A pieno carico disloca circa 6.050 tonnellate e misura 144,2 metri, dimensioni che la collocano tra le principali piattaforme di superficie della Marina olandese e, più in generale, tra le unità più capaci schierate da marine europee in missioni lontane dal continente.
Il profilo di armamento è coerente con il ruolo. A bordo sono indicati 32 missili superficie-aria SM-2 Block IIIA e 32 Evolved Sea Sparrow Missile, oltre a otto missili antinave Harpoon, un cannone navale OTO Melara da 127 mm e siluri Mk 46. Questo elenco non serve per fare spettacolo, ma per capire perché un episodio di disturbo elettronico sia politicamente spendibile. Se riesci a creare attrito operativo a una piattaforma di questo livello, puoi presentarlo come prova di superiorità tecnologica e di controllo dell’ambiente.
L’equipaggio è di circa 174 persone. Anche questo dato conta, perché le interferenze elettroniche non sono un problema astratto, si traducono in procedure aggiuntive, verifiche incrociate, ridondanze da attivare, comunicazioni interne più intense. In mare, un disturbo non significa automaticamente “pericolo immediato”, ma aumenta il carico di lavoro e pu obbligare a modificare temporaneamente il modo in cui si gestiscono sensori e collegamenti con altre unità. In un’area tesa, pure un piccolo aumento di complessità pu diventare un fattore di rischio.
Se si parla di valore economico, il riferimento a una fregata da 1,7 miliardi di euro diventa un moltiplicatore mediatico. È una cifra che colpisce e che viene usata per sottolineare la posta in gioco, ma va letta con cautela, perché il costo di una piattaforma militare non coincide con la sua vulnerabilità. Una nave moderna dispone di contromisure, procedure e addestramento per operare in ambienti contestati. Il punto, semmai, è che la Cina vuole dimostrare di poter imporre costi e frizioni anche a sistemi costosi e avanzati, senza oltrepassare la soglia di un confronto armato.
Perché il jamming resta sotto la soglia dell’uso delle armi
Il vantaggio dell’electronic jamming, rispetto a un’intercettazione fisica aggressiva, è che crea attrito senza l’immagine di un quasi-incidente. Un disturbo pu essere calibrato per essere reversibile e negabile, e pu essere presentato come misura di “sicurezza” o di “avvertimento”. Nella logica della competizione marittima, questo consente di dimostrare portata e capacità, imponendo un costo operativo all’altra parte, ma riducendo i rischi di escalation legati a manovre ravvicinate o a sorvoli a distanza minima.
Il meccanismo politico è semplice. Se fai avvicinare caccia o navi a pochi metri, ti esponi a collisioni, errori umani, reazioni improvvise. Se invece disturbi comunicazioni e sensori, puoi ottenere un effetto simile, mettere pressione, rallentare, complicare, senza creare immagini che obblighino a una risposta immediata. E in caso di contestazione puoi sostenere che non c’è stato nulla di anomalo, o che l’altra parte sta esagerando. Questo spiega perché la guerra elettronica sia sempre più citata nelle dispute marittime contemporanee.
Nel caso De Ruyter, la Cina sostiene di aver combinato più strumenti, unità di superficie, velivoli, avvertimenti vocali, e misure elettroniche. È un pacchetto che funziona come dimostrazione di presenza multilivello. Se lo guardi dal punto di vista della comunicazione strategica, è quasi un comunicato “dimostrativo”, utile a far capire che l’area è osservata e che ogni transito pu essere gestito con strumenti diversi, graduati. Per Pechino, è anche un modo per normalizzare l’idea che tali misure siano legittime in un’area che considera sotto la propria sovranità.
La nuance necessaria è questa, la retorica sulla guerra elettronica tende a far pensare a un blackout totale, ma nella pratica pu trattarsi di disturbi parziali, intermittenti, mirati. È proprio questa granularità che rende difficile, per un osservatore esterno, stabilire l’impatto reale. L’Olanda pu dire “non ci avete cacciati”, la Cina pu dire “abbiamo imposto l’allontanamento”, e la verità tecnica pu essere nel mezzo, una frizione che non cambia la rotta ma altera temporaneamente procedure e tempi. Nel frattempo il messaggio politico ha già fatto il suo lavoro.
Europa tra rotte commerciali e tensioni Cina-Taiwan nel 2026
Il Mar Cinese meridionale non è solo un teatro militare, è una cerniera economica. Per l’Europa, il legame passa dalle catene di approvvigionamento e dai porti, con oltre il 70% delle merci che attraversano i confini europei via mare e un valore complessivo gestito dai porti dell’Unione stimato in circa 1.700 miliardi di euro. Quando una potenza rivendica la capacità di disturbare una fregata europea in un’area contesa, il segnale non riguarda solo la difesa, ma anche l’idea di accesso e libertà di navigazione in corridoi strategici.
La dimensione economica si intreccia con quella infrastrutturale. La Cina ha investito in porti europei e in progetti collegati alla Belt and Road Initiative, puntando su nodi logistici che incidono sulla competitività e sui flussi commerciali. Questo non significa che un episodio navale determini automaticamente scelte economiche, ma ricorda quanto sia difficile, per i governi europei, separare del tutto sicurezza e commercio. Da un lato si parla di cooperazione e investimenti, dall’altro emergono episodi di pressione militare e tecnologica in mare.
In parallelo, nel dibattito europeo pesa lo scenario di una crisi Cina-Taiwan. Analisi pubbliche hanno sottolineato che un conflitto avrebbe effetti rapidi sull’Europa, dai semiconduttori alla deviazione delle rotte, fino a possibili rialzi dei prezzi energetici. In questo contesto, la presenza di navi europee nell’Indo-Pacifico viene letta come segnale politico, ma anche come esercizio di familiarità operativa in un teatro dove, in caso di crisi, la posta in gioco sarebbe immediata. L’episodio De Ruyter diventa quindi un promemoria di quanto la competizione possa manifestarsi anche senza scontri armati.
Il rischio, e qui serve una critica onesta, è che l’Europa finisca intrappolata tra dichiarazioni muscolari e interessi concreti. Se ogni transito viene trasformato in un trofeo mediatico, il dibattito pubblico si polarizza e perde il dettaglio tecnico, cosa significa davvero “disturbare” una nave, con quali effetti, con quali contromisure. Nel frattempo, la diplomazia deve gestire visite e contatti bilaterali, mentre le marine continuano a operare. È una tensione costante tra simboli e sostanza, dove la comunicazione spesso corre più veloce dei fatti verificabili.
Fonti :
- USNI News
- Asia Times
- Naval Technology

