Picket porta sul mercato un sistema anti-drone che punta a risolvere un problema molto concreto: quando un FPV arriva a tutta velocità, il tempo per reagire si misura in secondi.
La torretta Inferno RTC, presentata nel circuito fieristico statunitense e selezionata per test del Pentagono, combina una meccanica di rotazione continua con una catena di sensori che lavora senza “annunciarsi” nello spettro elettromagnetico. Il punto tecnico dichiarato dall’azienda è l’integrazione di un sensore infrarosso passivo dentro un’architettura di puntamento non basata su radar. In teoria, questo riduce la tracciabilità della postazione da parte di chi fa geolocalizzazione RF o intelligence elettronica. Nella pratica, resta un tema da verificare sul campo: prestazioni, falsi allarmi e tenuta in ambienti rumorosi o complessi sono la linea di demarcazione tra prototipo promettente e capacità realmente dispiegabile.
Picket integra sensore infrarosso passivo nel sistema Inferno RTC
La novità rivendicata per Inferno RTC è l’ingresso di un sensore infrarosso passivo nella “stack” di puntamento, pensata per individuare e classificare droni senza emettere segnali radar. Il principio è noto: un sensore passivo riceve energia già presente, emessa o riflessa dal bersaglio, invece di illuminare la scena. Questo può ridurre la firma RF della difesa e, di conseguenza, la probabilità di essere individuati e ingaggiati da chi cerca emissioni. Nel racconto operativo più verosimile, il valore sta nel contesto: la guerra dei droni ha reso normale la catena “rilevo, geolocalizzo, passo coordinate, ingaggio” in tempi rapidi. Un apparato che trasmette diventa un riferimento. Un apparato che ascolta e osserva, almeno sulla carta, è più difficile da sopprimere. Qui il termine chiave è contro-UAS, perché non si parla solo di “abbattere”, ma di sopravvivere come sensore e come arma in un ambiente contestato. Inferno RTC non è descritto come un singolo sensore miracoloso, ma come fusione: microfoni acustici 3D, camere ottiche e componenti di elaborazione locale con classificazione automatica. L’infrarosso passivo aggiunge un canale utile in condizioni dove il visibile fatica, per esempio con controluce o in presenza di fumo, pur con limiti noti come la dipendenza dalla differenza termica tra bersaglio e sfondo. C’è una cautela obbligatoria: molte delle prestazioni sono affermazioni aziendali e non equivalgono a risultati certificati da terze parti. La selezione per test governativi indica che il concetto ha superato una prima scrematura competitiva, ma non significa che il sistema sia già pronto per un impiego esteso. In un settore dove marketing e realtà spesso corrono su binari diversi, la distinzione tra promessa e dato misurato è il primo filtro giornalistico.
Inferno RTC dichiara rilevamento passivo a 90-120 metri e ingaggio a 40
Secondo le specifiche diffuse, Inferno RTC rileverebbe minacce in modo passivo a 90-120 metri e offrirebbe una “zona di ingaggio assicurato” di 40 metri. Sono numeri che collocano il sistema nella fascia “close-in”, cioè l’ultimo anello di difesa quando tutto il resto non ha fermato il drone. Non è un sostituto di sensori a lungo raggio, ma un terminale di reazione rapida vicino all’obiettivo da proteggere. La logica temporale è centrale. Un drone che vola a 120 km/h copre 100 metri in circa tre secondi. A 160 km/h lo stesso tratto scende a circa 2,25 secondi. In quel tempo non basta “vedere” il bersaglio: bisogna anche decidere, puntare e sparare. Se la catena di puntamento introduce latenza, il difensore perde. Da qui l’insistenza sul concetto di “zero latenza di puntamento”, che va letto come obiettivo ingegneristico più che come garanzia assoluta in ogni scenario. Il sistema è presentato come una torretta rotante a copertura 360 su una semisfera, con più canne o tubi di munizionamento orientati a elevazioni fisse. L’idea è che, ruotando continuamente, almeno una canna sia già “quasi in direzione” quando il bersaglio viene classificato, riducendo o eliminando il tempo di brandeggio tipico di una mitragliera singola che deve inseguire il target. Qui entra la prima critica concreta: portate così corte implicano che la difesa deve essere molto vicina a ciò che protegge e che l’ingaggio avviene quando il drone è già dentro una bolla pericolosa. È coerente con l’idea di “ultimo strato”, ma alza i requisiti su affidabilità e sicurezza, perché un errore di classificazione o un ingaggio tardivo avvengono a distanze dove anche i frammenti o la caduta del drone possono creare danni secondari.
La torretta rotante riduce la latenza contro droni FPV veloci
La meccanica è il tratto distintivo: una torretta che ruota in modo continuo, con un insieme di canne disposte su un telaio sferico. Quando i sensori individuano e classificano la minaccia, il sistema seleziona la canna “migliore” e apre il fuoco senza dover ruotare l’intero complesso per allinearsi. Nel lessico dell’azienda, questo elimina il ritardo di puntamento che rende vulnerabili molte armi a canna singola contro attacchi ravvicinati. La comparazione proposta è con sistemi “close-in” navali o con concetti di protezione attiva, più che con la difesa aerea a corto raggio tradizionale. Il ragionamento è che, con finestre di ingaggio che collassano a pochi secondi, la difesa tende a spostarsi dalla precisione “chirurgica” verso un’intercettazione probabilistica basata su geometria e disponibilità costante di fuoco. È un cambio di paradigma che ricorda, per logica, le zone di sbarramento antiaereo storiche: non si insegue il bersaglio, si satura lo spazio dove deve passare. Il sistema viene descritto come “munition agnostic”, cioè adattabile a diversi tipi di munizioni, ma qui mancano dettagli pubblici utili per capire costi, logistica e regole d’ingaggio. Per un utilizzatore europeo, la domanda pratica è immediata: che munizionamento usa, con quali autorizzazioni, con quale rischio di danni collaterali in contesti semi-urbani o di protezione infrastrutturale? Senza queste risposte, la valutazione resta incompleta. C’è poi la questione della mobilità. La piattaforma è dichiarata utilizzabile anche da mezzo in movimento, elemento interessante per scorte e convogli. Ma una torretta che lavora a distanze di decine di metri deve convivere con vibrazioni, ostacoli, riflessi, polvere e interferenze acustiche. La promessa tecnologica è credibile come direzione, la prestazione reale dipende da test ripetuti e da scenari realistici, non da dimostrazioni controllate.
I sensori passivi riducono la firma RF ma l’acustica soffre ambienti rumorosi
Il vantaggio dichiarato dell’architettura passiva è la riduzione della firma RF, con minore esposizione a attività di intelligence elettronica e a forme di targeting che sfruttano le emissioni. In un ambiente dove la geolocalizzazione RF può alimentare l’artiglieria o altri effettori, “non emettere” è un beneficio intuitivo. Per un sistema contro-UAS, significa provare a restare invisibile mentre si fa sorveglianza ravvicinata. Ma la stessa architettura introduce vulnerabilità diverse. L’acustica, citata come componente della fusione, degrada in modo marcato in ambienti con artiglieria, riverbero urbano, vento forte, firme di rotori sovrapposte, rumore di motori e “clutter” del campo di battaglia. Tradotto: più il contesto è caotico, più è difficile isolare il suono giusto. È una nota importante perché molti scenari reali, dalla protezione di basi alla difesa di infrastrutture, vivono proprio di rumore e falsi segnali. Qui l’infrarosso passivo può essere un correttivo, ma non una bacchetta magica. Il canale IR può aiutare a confermare una traccia, mentre la camera ottica può supportare l’identificazione. Il rischio operativo resta quello dei falsi allarmi o, peggio, dei falsi negativi. Nel ciclo “Detect-Track-Identify-Defeat”, l’identificazione è spesso il collo di bottiglia: se sbagli target, sprechi munizioni e crei rischi; se aspetti troppo, il drone entra nella zona letale. Un riferimento utile, dal lato europeo, è l’evoluzione descritta nella letteratura tecnica: sistemi moderni integrano radar, ottico, acustico, infrarosso e RF perché nessun sensore copre tutto. In Italia, la ricerca accademica ha discusso anche radar passivi basati su “segnali d’opportunità” (TV, FM, reti mobili) con portate chilometriche in contesti specifici. Inferno RTC si colloca su un altro segmento, quello dell’ultimo miglio, ma il messaggio è lo stesso: la multi-sensorialità è diventata la regola, non l’eccezione.
Il Pentagono seleziona Inferno RTC per test, senza dati pubblici su tempi e contratti
Un elemento verificabile è la selezione del sistema per una fase di test collegata al Dipartimento della Difesa statunitense. Questo passaggio indica che la proposta di Picket ha superato una valutazione iniziale e che verrà sottoposta a prove più dure contro minacce rappresentative. Non sono stati resi pubblici dettagli su quantità, valore contrattuale o calendario preciso della fase successiva, e questo limita la possibilità di stimare quanto il programma sia vicino a un’adozione operativa. Dal punto di vista industriale, la selezione è un segnale, non un traguardo. Nelle acquisizioni, molti sistemi entrano in sperimentazione e pochi arrivano a essere dispiegati su larga scala. La differenza la fanno metriche ripetibili: tasso di intercettazione, resistenza a condizioni ambientali, integrazione con reti esterne di sensori, sicurezza per il personale vicino. Senza questi numeri pubblici, la narrazione resta sbilanciata verso le dichiarazioni del produttore. Per l’Europa, il tema è attuale perché la difesa contro droni è già un mercato in piena accelerazione, tra protezione di basi, infrastrutture critiche e grandi eventi. Molti Paesi stanno costruendo architetture a strati che combinano scoperta a medio raggio e “hard-kill” ravvicinato. Un sistema come Inferno RTC potrebbe interessare come componente terminale, ma dovrebbe confrontarsi con requisiti normativi e dottrinali europei, oltre che con la necessità di interoperare con sensori e C2 già in servizio. L’angolo italiano, per ora, è più di contesto che di cronaca industriale: non emergono elementi pubblici su acquisti o sperimentazioni nazionali legate a questo specifico sistema. Resta però una domanda concreta per chi segue il settore: quanto spazio c’è per soluzioni non-emitting in scenari dove la guerra elettronica e la sorveglianza dello spettro diventano parte della minaccia? Se la risposta è “molto”, tecnologie come questa troveranno attenzione, ma la verifica passa dai test, non dagli slogan.
Fonti
- defence-blog.com
- armyrecognition.com
- webthesis.biblio.polito.it
- picketdefense.com

