La Corea del Sud vuole addestrare mezzo milione di guerrieri dei droni

La Corea del Sud vuole addestrare mezzo milione di guerrieri dei droni

La Corea del Sud vuole trasformare l’uso dei droni in una competenza di base per quasi tutto il suo personale in uniforme: l’obiettivo dichiarato è addestrare circa 500.000 militari, tra esercito, marina e aeronautica, a pilotare e impiegare velivoli senza pilota come parte della dotazione ordinaria.

Il piano, presentato dal ministro della Difesa Ahn Gyu-back, nasce dalla lettura delle guerre recenti, dove i droni sono diventati strumenti quotidiani di ricognizione e attacco, e punta a ridurre la dipendenza da reparti iper-specializzati. Dentro questa cornice c’è anche un’espansione industriale e dottrinale: acquisti e produzione su larga scala di sistemi economici, inclusi modelli “usa e getta”, sviluppo accelerato di un drone d’attacco a lungo raggio chiamato K-LUCAS, e un pacchetto di contromisure anti-drone. È un progetto ambizioso, ma pure delicato: addestrare mezzo milione di persone significa standardizzare procedure, sicurezza e catene di comando, evitando che l’innovazione si traduca in confusione operativa o in un’escalation non controllata lungo una delle linee di frattura più militarizzate del mondo.

Ahn Gyu-back imposta l’addestramento droni per 500.000 militari

Il cuore dell’iniziativa è l’idea che i droni diventino “universali”, cioè utilizzabili da qualunque reparto e non soltanto da unità dedicate. Nelle comunicazioni pubbliche, il ministro Ahn Gyu-back ha descritto il drone come una sorta di “seconda arma personale”, un cambio di paradigma che porta l’addestramento dal livello di nicchia a quello di massa. La platea è ampia: circa 500.000 persone, includendo le tre forze armate, con un percorso graduale che dovrebbe arrivare a pieno regime entro il 2030. Il modello operativo, per come è stato presentato, prevede esperienza pratica e credenziali di pilotaggio, una specie di “patentino” interno che certifica competenze minime. Questo punto conta più di quanto sembri: con numeri del genere, l’addestramento non può essere solo teorico. Serve una standardizzazione simile a quella che già esiste per l’uso delle armi individuali, con esercitazioni ripetute, protocolli di sicurezza e un lessico comune tra reparti. La promessa è di rendere l’impiego dei droni una routine, non una specialità. La prima unità indicata come riferimento per test e sperimentazioni è la 36 Divisione di fanteria a Wonju, nella provincia di Gangwon, scelta perché permette prove in ambienti vari, urbani e montuosi. Questo dettaglio chiarisce una cosa: la penisola coreana non è un grande teatro pianeggiante, e le tattiche viste in altri conflitti non si copiano in automatico. Addestrare su terreni diversi significa anche misurarsi con limiti concreti, come linee di vista spezzate, vento in valle, interferenze, e la gestione del rischio di caduta in aree abitate. C’è poi un aspetto “post-servizio” che Seul mette in evidenza: competenze trasferibili nel civile. È un argomento comprensibile in un Paese dove la leva e le riserve hanno un peso rilevante, ma va letto con prudenza. Le abilità su piattaforme commerciali e quelle su sistemi militari non coincidono sempre, e la formazione di massa richiede controlli seri su sicurezza informatica e gestione dei dati. Se la scala è mezzo milione, basta una percentuale minima di errori per creare problemi operativi e reputazionali.

Entro il 2029 Seul punta a produrre 60.000 droni

Accanto all’addestramento, il piano prevede numeri industriali importanti. Seul ha indicato l’obiettivo di arrivare fino a 60.000 droni prodotti entro il 2029, con una prima tappa di 11.000 unità già nel 2026. In parallelo, è stato citato anche l’acquisto di 20.000 droni entro il 2030, con una particolare attenzione a modelli economici e in parte monouso, adatti a missioni di sorveglianza e a piccoli attacchi. La logica è quella della quantità e della disponibilità capillare, non solo della qualità di pochi sistemi avanzati. Questa impostazione ricorda quanto osservato in altri teatri: droni piccoli e relativamente economici possono saturare la difesa, obbligare il nemico a consumare munizioni costose o a rivelare le proprie posizioni, e fornire occhi e coordinate a reparti di fanteria. Ma trasformare l’idea in pratica richiede logistica, batterie, pezzi di ricambio, manutenzione e un sistema di distribuzione che non collassi. Un esercito può comprare migliaia di droni, ma se non garantisce catene di ricarica e riparazione, la disponibilità reale sul campo scende rapidamente. Le informazioni diffuse parlano anche di un criterio di sicurezza nelle forniture: Seul ha segnalato l’intenzione di escludere componenti cinesi per motivi di affidabilità e rischio di compromissione. È una scelta coerente con la sensibilità crescente sulla cyber-sicurezza dei sistemi unmanned, dove telemetria, aggiornamenti software e catene di fornitura possono diventare punti deboli. Ma è una scelta che può aumentare i costi e rendere più complessa la produzione, perché i componenti “commodity” sono spesso globalizzati. Per dare un quadro sintetico delle scadenze citate pubblicamente, i dati principali possono essere letti come una tabella di marcia più che come un contratto già chiuso. Il linguaggio istituzionale, in questi casi, tende a indicare obiettivi e capacità desiderate, che poi vanno tradotti in budget, gare e consegne. E qui sta una prima nota critica: la differenza tra “piano” e “capacità operativa” è spesso fatta di ritardi, colli di bottiglia industriali e addestramento incompleto, soprattutto quando la scala è nazionale.

Voce del pianoNumeroOrizzonte
Militari da formare500.000Entro 2030
Droni da produrre60.000Entro 2029
Droni previsti nel 202611.0002026
Droni da acquistare20.000Entro 2030

In questo contesto, l’idea di dotare “ogni squadra” di almeno un drone di addestramento, come riportato in ambito specialistico, rende visibile l’impatto: non si tratta di qualche reparto sperimentale, ma di una diffusione capillare. È anche il punto in cui la gestione del rischio diventa centrale: più sistemi in mano a più persone significa più probabilità di incidenti, errori di identificazione, e interferenze reciproche in spazi aerei bassi e affollati.

K-LUCAS accelera: drone d’attacco low cost prima del 2030

Un altro tassello è lo sviluppo di un drone d’attacco a lungo raggio chiamato K-LUCAS. Il nome richiama l’acronimo inglese “Low-cost Uncrewed Combat Attack System”, e nelle descrizioni pubbliche viene presentato come un sistema pensato per colpire obiettivi strategici e mettere sotto pressione le difese aeree. Il punto temporale è rilevante: rispetto a un orizzonte iniziale collocato attorno al 2035, Seul ha indicato la volontà di averlo disponibile prima del 2030, quindi con una compressione dei tempi di sviluppo. Il K-LUCAS viene spesso spiegato tramite una genealogia di idee: un progetto statunitense chiamato Lucas, ispirato a sua volta a un modello iraniano Shahed, diventato noto per l’impiego massiccio da parte della Russia nella guerra in Ucraina. Questa catena di “ispirazioni” non prova identità tecnica tra i sistemi, ma chiarisce l’approccio: piattaforme relativamente economiche, producibili in quantità, con una funzione di attacco e saturazione. È un tipo di capacità che abbassa la soglia d’ingresso all’uso della forza a distanza, proprio perché costa meno di missili tradizionali. Dal punto di vista operativo, un drone d’attacco low cost non sostituisce tutte le munizioni guidate, ma può integrare l’arsenale con una logica di consumo e pressione. Qui entra una seconda nota critica: quando si parla di “neutralizzare difese aeree”, spesso la comunicazione politica tende a semplificare. Le difese moderne sono stratificate, e i droni possono essere efficaci solo dentro un quadro complesso di guerra elettronica, intelligence e coordinamento. Se manca la rete, il singolo sistema rischia di diventare un bersaglio. Seul ha citato anche lo sviluppo di sciami di droni con elementi di intelligenza artificiale per future operazioni. È un’area dove la distanza tra dimostrazione e impiego reale è ampia: lo sciame richiede comunicazioni resilienti, autonomia affidabile, regole d’ingaggio chiare e una robusta prevenzione degli incidenti. Nel dibattito internazionale, la questione non è solo tecnica ma anche giuridica e politica, perché più autonomia significa più domande su responsabilità e controllo umano, soprattutto in scenari ad alta tensione come quello coreano.

Contromisure anti-drone: laser, microonde e sistemi commerciali dal 2027

Il piano non riguarda solo l’attacco o la ricognizione, ma anche la difesa. Seul ha indicato l’intenzione di schierare contromisure anti-drone su piccola scala nelle aree di prima linea e di introdurre sul campo, a partire dall’anno successivo rispetto agli annunci, anche apparecchiature commerciali. In parallelo, nelle ricostruzioni circolate in questi giorni si parla di sviluppo di tecnologie più avanzate, come sistemi a laser e a microonde, pensati per neutralizzare droni avversari senza usare munizioni tradizionali. Questa parte del programma è meno “visibile” al grande pubblico, ma è quella che spesso decide l’efficacia complessiva. Se ogni soldato può lanciare un drone, anche il nemico può farlo, e la densità di piccoli velivoli a bassa quota può diventare ingestibile. Le contromisure commerciali, per esempio, possono essere utili per disturbare segnali e navigazione di droni di fascia bassa, ma hanno limiti: non sempre funzionano contro sistemi più protetti, e possono creare interferenze indesiderate sulle proprie comunicazioni. Laser e microonde vengono spesso presentati come soluzioni “pulite”, ma nella pratica richiedono energia, raffreddamento, condizioni meteo favorevoli e linee di vista. Anche qui, la geografia conta: montagne, edifici e vegetazione riducono l’efficacia delle armi a energia diretta. Inoltre, l’adozione di questi sistemi apre un tema di addestramento parallelo: non basta comprare una tecnologia, servono operatori, manutentori, regole di ingaggio e un’integrazione con radar e sensori capaci di distinguere droni, uccelli e traffico civile. Un elemento che Seul sembra voler affrontare è la distribuzione delle contromisure a livelli più bassi della catena di comando, almeno per le prime linee. È una scelta comprensibile, ma comporta rischi: se le contromisure vengono usate senza coordinamento, si può finire per disturbare i propri droni o creare “buchi” di copertura. In altre parole, la democratizzazione dell’uso dei droni richiede una democratizzazione della disciplina operativa, altrimenti la tecnologia moltiplica gli errori tanto quanto le capacità.

Italia ed Europa osservano: programmi militari e nodo regole d’ingaggio

Il piano della Corea del Sud viene letto in Europa come un segnale di quanto la guerra senza pilota stia spostando l’equilibrio tra quantità, addestramento e dottrina. Senza inventare parallelismi numerici, un dato è verificabile sul piano generale: anche diversi Paesi europei stanno investendo in droni e anti-droni, spinti dalle lezioni dei conflitti recenti e dalla necessità di proteggere infrastrutture e basi. La differenza è che Seul parla di addestramento di massa su scala quasi totale, un livello che in Europa, dove gli eserciti hanno modelli e dimensioni diverse, è più difficile replicare. Per l’Italia, l’angolo più concreto è l’attenzione crescente alle capacità unmanned e alla difesa anti-drone in contesti militari e di sicurezza. Non serve dipingere scenari: basta ricordare che, nel dibattito europeo, la protezione di aeroporti, porti, centrali e grandi eventi è diventata una priorità, e i droni commerciali hanno abbassato i costi di accesso a capacità che prima erano riservate agli Stati. È un punto che rende il caso coreano interessante anche per chi guarda alla resilienza interna, oltre che alla guerra tra eserciti. Il tema più delicato, e qui vale una critica netta, è quello delle regole d’ingaggio e della responsabilità. Addestrare 500.000 persone significa moltiplicare i decisori sul terreno, anche se formalmente la decisione di colpire resta in alto. Nella pratica, la pressione del combattimento e la rapidità del ciclo “vedi-decidi-agisci” possono spingere verso automatismi. Se i droni diventano “routine come i fucili”, la politica deve chiarire con precisione chi autorizza cosa, e con quali controlli, per evitare incidenti e escalation. Infine c’è la dimensione industriale: Seul punta a legare forze armate e industria nazionale, anche per creare competenze che restano nel Paese. In Europa è un tema ricorrente, tra autonomia strategica e dipendenze tecnologiche. La scelta sudcoreana di escludere componenti considerati a rischio, per esempio, parla anche a un mercato europeo che discute da anni di supply chain, cyber-sicurezza e standard comuni. Il punto, per chi osserva dall’Italia, non è imitare i numeri coreani, ma capire quanto rapidamente la combinazione tra esercito, tecnologia e addestramento possa cambiare le dottrine, e quanto sia facile perdere controllo politico su strumenti sempre più diffusi.

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